Il dolore
Maresciallo assassinato, le contromosse della difesa
Si cercano i soldi per mettere in campo un detective e degli esperti per chiarire la vicenda dell’ecstasy. La ricostruzione secondo cui il figlio del killer fosse stato incastrato dall'Arma non convince gli inquirenti.
CARRARA. La tentazione di fare una vera e propria indagine avvalendosi di un detective c’è, bisogna vedere se ci sono i soldi per pagare lo 007 e soprattutto per far eseguire tutti gli accertamenti a esperti che facciano poi valere il loro parere davanti alla corte di assise. L’avvocato Enrico Di Martino, difensore di Roberto Vignozzi, il settantaduenne che ha confessato di aver ucciso il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi il 27 gennaio scorso, ci sta pensando da un paio di giorni a questa eventualità, per avere qualcosa di consistente da giocarsi davanti al collegio di giudici. Ma ne deve parlare con l’imputato, perché servirà una forte liquidità. E i Vignozzi in questo momento non possono permettersi una spesa del genere.
Le contromosse. Il killer nella sua confessione ha sostenuto una cosa che lascia perplessi gli inquirenti: le cinquecento pasticche di ecstasy che il figlio Riccardo aveva ceduto a un cliente in realtà gliele avevano date i carabinieri, dopo una trattativa tra Taibi e il giovane. L’Arma voleva incastrare l’altro protagonista di questa vicenda e aveva bisogno di una mano. E Riccardo, fermato meno di un mese prima e trovato con dell’hashish (denunciato a piede libero), era l’esca giusta. Tesi che deve essere supportata dai fatti, altrimenti resta campata in aria. Anche perché la ricostruzione è stata bollata come fantasiosa da chi indaga. Avvalendosi degli atti di quella operazione la procura si è fatta un’idea diversa: il maresciallo ha agito correttamente e l’ecstasy era di Vignozzi. Il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono per mettere la parola fine alla storia teoricamente potrebbe anche voler sentire il collega Federico Manotti, che coordinò il sequestro della droga e l’arresto di Vignozzi. Ma in pratica si avvarrà esclusivamente delle ordinanze e delle sentenze che caratterizzarono quella operazione del dicembre del 2007. Anzi il fascicolo è già sulla sua scrivania.
La figura di Vignozzi. Roberto Vignozzi è stato definito da tutti quelli che lo conoscono come una persona mite, uno che non poteva fare male a una mosca. Della sua sete di vendetta, a quanto pare, non ne aveva mai parlato con nessuno - anche se qualcuno dice il contrario -, nemmeno con i familiari. I figli Riccardo e Alessandro sono stati sentiti ancora dai carabinieri. E il più piccolo ha spiegato perché ha scritto quel post sul suo profilo Facebook poche ore prima del delitto ( «Ora ci facciamo due rise, vediamo chi e il zoppo che li piace zoppicare con l’infame»). Non c’entra nulla con Taibi è stata la sua versione e a quanto pare il nucleo investigativo dell’Arma ha anche accertato che sta dicendo la verità. Insomma si trattava di insulti trasversali destinati ad altre persone e non al maresciallo che di lì a poco sarebbe stato ucciso. Anche perché - ed è questa la versione dei Vignozzi - il capofamiglia non aveva mai detto nulla del rancore che covava nei confronti di quel sottufficiale che aveva sbattuto in cella il suo ragazzo.
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