Il Tirreno

Omicidio del maresciallo, attesa per gli esiti del guanto di paraffina

Danilo D'Anna
Omicidio del maresciallo, attesa per gli esiti del guanto di paraffina

In settimana arriveranno i risultati dell’esame fatto sui figli dell’assassino del maresciallo.Ma i dubbi sono ancora tanti, le cose che non tornano agli inquirenti sono parecchie

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CARRARA. Questa è la settimana in cui da Roma dovrebbero arrivare i risultati dei rilievi fatti dai Ris in via Monterosso, dove è stato ucciso il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi; e soprattutto si conoscerà l’esito del guanto di paraffina fatto su Riccardo e Alessandro Vignozzi, figli di Roberto, il killer che ha freddato il sottufficiale davanti a casa sua. Lo stub ha già dato esito negativo nell’immediato, ovvero i due giovani non avevano tracce di polvere da sparo addosso quando sono stati controllati in caserma, ma l’analisi entrerà nel dettaglio. È indispensabile.

Taibi conosceva Vignozzi? Le cose che non tornano agli inquirenti sono parecchie. Oltre alla bugia di Riccardo, che ha detto al padre che erano stati i carabinieri a dargli le cinquecento pasticche di ecstasy che poi gli erano costate l’arresto e la condanna a tre anni, ci sono i rapporti tra l’ex postino e la sua vittima. Vignozzi e Taibi si erano incrociati altre volte? Secondo qualcuno che conosceva il maresciallo, sì; secondo la confessione rilasciata dal killer dopo l’arresto, no.

Il settantaduenne ha spiegato di aver suonato al citofono dell’abitazione del sottufficiale chiedendo di poter salire, ma Taibi gli ha detto che stava scendendo lui. Forse in questo modo il militare ha salvato la vita ai suoi cari, visto che l’omicida aveva un numero impressionante di cartucce con sé. Una volta in strada i due iniziano a parlare, ma Vignozzi impiega un po’ per far capire chi è al suo interlocutore. Versione che fa a pugni con quanto dicono alcuni conoscenti del maresciallo: Taibi sapeva chi era quell’uomo. Si erano già confrontati. Vignozzi vuole che il carabiniere ammetta le sue colpe, mettendo per iscritto che aveva raggirato Riccardo. Il sottufficiale gli chiede più volte come aveva fatto a conoscere il suo indirizzo (l’ex postino lo sapeva dal 2008 dove abitava Antonio). Pensa a difendere la moglie e i figli, non immagina di essere in pericolo di vita altrimenti avrebbe sovrastato fisicamente chi gli stava di fronte. Vignozzi insiste vuole essere risarcito e vuole che sia lo Stato italiano a pagare per quella che considera un’ingiustizia. Taibi dice di no e lui estrae la pistola e preme il grilletto. Una volta. Dritto al cuore.

L’arresto del 2007. Il pubblico ministero Federico Manotti quando ha letto sul sito del Tirreno di essere nel mirino del killer è caduto dalle nuvole. Rivendicando la trasparenza di quell’indagine: «Non c’erano solo i carabinieri a indagare, ma anche la polizia. Controlli incrociati, impossibile sostenere che gli inquirenti abbiano ingannato quello spacciatore». E si sofferma su un particolare: la prima volta che Riccardo Vignozzi fu fermato dalle forze dell’ordine, oltre all’hashish in casa, aveva una pasticca di ecstasy in tasca. Della stessa specie di quelle cinquecento sequestrate un mese dopo.

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