Il dolore
Suicidio in caserma, assolti i carabinieri
Pontremoli, i fatti risalgono al 2011: l’uomo si era impiccato nella cella di isolamento poco dopo il suo arresto
PONTREMOLI. «Ero al piano di sopra quando ho sentito urlare. Sono sceso e ho capito cosa era successo». Il maggiore Antonio Cervio ricostruisce nell’aula di tribunale di Massa quanto accaduto la mattina del 7 agosto 2011, quando nella stazione dei carabinieri di Pontremoli si suicidò Ioan Tomoroga, romeno di circa trent’anni, che era appena stato arrestato per il sequestro della moglie. Era stato spogliato di tutti gli indumenti lunghi, lacci, jeans, cinture, scarpe, e poi era stato messo in una cella di sicurezza in attesa di essere trasferito nel carcere di Massa, come disposto dal pm di turno. La finestra della cella di sicurezza però non era stata chiusa. «Per umanità», dirà poi in aula il brigadiere Pietro Palazzetto, dal momento che era estate e in quella cella faceva un caldo infernale. L’uomo però, lasciato solo, si è appeso con la t-shirt alla croce della finestra e poi si è lasciato andare giù, strisciando sulla porta, piano piano, fino a togliersi la vita.
«Quell’uomo era alto un metro e ottanta, mentre la finestra era a un metro e sessanta - racconta il maggiore che all’epoca era comandante della compagnia dei carabinieri di Pontremoli - Vuol dire che è riuscito a strozzarsi proprio con le sue mani, con una forza di volontà o di non volontà di vivere, che ci stupì molto». Nel processo risultavano imputati il maresciallo Carlo Padova e il maresciallo Giuseppe Cossu, rispettivamente comandante della stazione di Mulazzo e di Pontremoli. Entrambi assolti con formula piena ieri dal giudice Fabrizio Garofalo.
Il pm, Alberto Dello Iacono, aveva chiesto per entrambi sei mesi per condotta colposa omissiva, perché «nessuno dei due - ha detto ieri in aula -ha controllato o fatto controllare che la finestra della cella di sicurezza fosse chiusa. Ed entrambi aveva il compito e la responsabilità di farlo». Il primo, Padova, perché - secondo l’accusa - era capitano della caserma che aveva arrestato Tomoroga e aveva la responsabilità di portarlo incolume in carcere. Il secondo, Cossu, in qualità di comandante della caserma di Pontremoli, quindi massimo responsabile di quello che accade lì dentro. «È evidente che se la finestra fosse stata chiusa questo non sarebbe successo - continua il pm in aula - Come è evidente che, con il senno di poi, forse era più umanitario tenerlo in un’altra stanza, magari sotto la vigilanza di militari».
Ma secondo il giudice i due marescialli non hanno colpa del suicidio. Avrà forse giocato un ruolo nella sentenza anche la lettera scritta da Tomoroga, trovata dagli inquirenti due giorni dopo il suicidio. Era indirizzata alla moglie: «Se non torni - c’era scritto- mi uccido».
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