Il Tirreno

Rogo mortale in Gioia, parlano i cavatori

Rogo mortale in Gioia, parlano i cavatori

«Vidi Augusto che cercava di spegnersi». Ma perché la polvere nera era nel box? È il nodo del processo

2 MINUTI DI LETTURA





CARRARA. 120 chilogrammi di polvere nera, esplosivo per minare e fare saltare le bancate di marmo delle cave in un box container. E, dentro, due cavatori: Augusto Ricci, 48 anni; e Angelo Morelli, 52 anni. I due sono intenti – è questa la ricostruzione degli inquirenti – a preparare le “bombette” per una “volata”, cioè le confezioni di esplosivo per far saltare il monte. Qualcosa però andò storto: una parte della polvere nera, 10 chili, prese improvvisamente fuoco. Una vampata investì i due. Ricci, sposato e due figli, morì dopo 10 giorni di agonia; Morelli restò 40 giorni in coma ma si salvò.

Per questa tragedia, avvenuta il 13 ottobre 2010 sulla cava Piastrone nel bacino di Gioia, è adesso sotto processo, con l’imputazione di omicidio colposo, Anselmo Ricci, presidente della cooperativa cavatori di Gioia, ritenuto dall’accusa, sostenuta in aula dal pm Adriano Rappelli, di non avere adottato – in qualità di responsabile ultimo della cava – tutte le misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare l’evento e la morte del cavatore. Ieri in tribunale, davanti al giudice Fabrzio Garofalo, con Anselmo Ricci in aula, assistituto dall’avvocato Adriano Martini, c’è stata un’udienza su questo caso di morte sul lavoro. Chiamati a testimoniare, alcuni colleghi di lavoro della vittima.

Drammatico il racconto di Sergio Angelotti, addetto alle macchine taglia marmo: «Ero in officina per prendere alcuni attrezzi, ho visto del fumo bianco alzarsi da quel box, sono corso, ho trovato Augusto Ricci che si versava dell’acqua in testa con una pompa; e Angelo Morelli che correva in cerca di aiuto». Giuseppe Antonioli, “sorvegliante” della cava ma anche ex fochino, racconta invece che era molto lontano al momento dell’incendio, ma, in risposta alle domande del pm, ammette che l’esplosivo era arrivato in cava su un mezzo non attrezzato a questo compito, e che di norma, per ragioni di sicurezza, le operazione di preparazione delle mine avvengono all’aperto, vicino al luogo dell’esplosione. Perchè allora la polvere nera, quel giorno, venne lavorata al coperto del box? Perchè piovigginava è una prima risposta emersa ieri in aula. Ma è proprio attorno al (presunto) mancato rispetto delle procedure di sicurezza e dei “buchi” nella catena di controllo che si gioca tutto il processo.(c.f.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa