Il Tirreno

Omicidio del carabiniere, il movente del killer non convince

Danilo D’Anna
Omicidio del carabiniere, il movente del killer non convince

Gli atti del caso dell’ecstasy che portò all’arresto del figlio nel 2007 parlano di un’inchiesta pulita e di prove inoppugnabili. Quello che dice Roberto Vignozzi non convince gli uomini del nucleo investigativo del maggiore Tiziano Marchi e il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono.

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CARRARA. «Passo di là e te gliele butti in macchina". "Non ti preocupare, ci vediamo sotto casa mia". Sono le 21.48 del 14 dicembre 2007 e la conversazione intercettata dai carabinieri vede protagoniste due persone, una di queste è Riccardo Vignozzi, il figlio dell'assassino del maresciallo Antonio Taibi. Il ragazzo non sa che di essere controllato dagli inquirenti da circa un mese e contratta una cessione di cinquecento pasticche con un amico a una terza persona.

La consegna dello stupefacente viene concordata per il giorno seguente. Pusher, cliente e intermediario non sanno che non saranno soli a quell'appuntamento. Il nucleo operativo dell'Arma, con in testa Taibi, predispone mirati servizi di osservazione nei pressi dell'abitazione di Vignozzi, che permettono di notare il ragazzo uscire dalla propria abitazione, avvicinarsi a un'autovettura a bordo della quale si trovava chi voleva acquistare l'ecstasy e dopo essersi appoggiato con gli avambracci sullo sportello lato passeggero, il cui finestrino era stato aperto dal conducente, allungava le mani all'interno dell'abitacolo facendo cadere un involucro di colore grigio. Gli inquirenti cercavano di bloccare la vettura, ma chi era al volante accortosi della presenza della pattuglia lanciava il pacchetto dal finestrino, cercando di darsi alla fuga. L'involucro veniva recuperato e risultato contenere 500 di pasticche di ecstasy, pari a 146,65 grammi, suddivise in cinque pacchettini i che davano risultato positivo agli appositi reagenti. Veniva perquisita la casa di Vignozzi e lì i militari rinvenivano e sequestravano un rotolo già iniziato di nastro adesivo di colore grigio, identico a quello usato per il confezionamento della sostanza stupefacente sequestrata al cliente.

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Prove schiaccianti, quindi. Che un padre per quanto succube di un figlio, non poteva ignorare. Il sottufficiale e così i suoi colleghi hanno fatto il loro dovere, quindi. Perché Roberto Vignozzi, dopo quasi dieci anni uccide Taibi? Non può essere follia perché l'omicidio è stato compiuto con freddezza da killer, quindi da persona lucida che sa esattamente quello che deve fare. Perfino come costituirsi e soprattutto dove. Perché altrimenti sarebbe andato fino a Massa e in procura?

E' per questo che quello che dice l'ex postino non convince gli uomini del nucleo investigativo del maggiore Tiziano Marchi e il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono. Riccardo per quelle pasticche si è preso una pena di tre anni, uno lo ha passato in carcere. Poteva rifarsi una vita, quantomeno provarci. Invece no. Ha collezionato una serie di denunce e processi, anche per lesioni a due guardie carcerarie quando era in cella. A un ispettore ha puntato una lametta al coll, all'agente che è intervenuto per disarmarlo ha spezzato una mano. Violento, così lo etichettano gli inquirenti. Eppure papà Roberto, almeno secondo quanto dichiara dopo aver premuto il grilletto, crede alla storiella della macchinazione delle forze dell'ordine contro il suo ragazzo.

E se la prende con Taibi perché è lui che lo denuncia un mese prima dell'arresto perché lo trova con dell'hashish. Il figlio più grande di Roberto Vignozzi - finito in carcere per aver vendicato, secondo lui, il suo ragazzo - aveva un pezzo di hashish di 24 grammi nascosto sul balcone di camera sua, dentro un calzino di spugna messo a stendere. Per quella storia è stato condannato a otto mesi. E venti giorni dopo si fa mettere le manette ai polsi per l'ecstasy.

E papà Roberto? Non lo abbandona mai, non lo mette in discussione. Forse prova a fargli cambiare vita ma solo a parole. Perché dopo che gli hanno trovato l'hashish in casa, secondo gli atti, nella abitazione ci nasconde cinquecento pasticche di allucinogeno. Taibi più che il carabiniere non poteva fare, e lo ha fatto - a detta di tutti, ma soprattutto del sostituto procuratore Federico Manotti, titolare di quell'indagine - in maniera egregia.

“Chi è cagion del suo mal pianga se stesso” dice il Poeta. Come è possibile che Vignozzi abbia ritenuto Taibi, che negli ultimi cinque anni tra l’altro ha operato in altro settori, responsabile della rovina dei suoi figli, tanto da ucciderlo? Vignozzi ha forse agito su indicazione di qualcuno? Il movente non convince appieno: ecco perchè si indaga ancora. Il caso non è chiuso.

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