Sicurezza
Omicidio del carabiniere, tre testimoni inchiodano l’assassino
Hanno visto Vignozzi parcheggiare la macchina, in via Monterosso. Lo hanno visto avanzare, con il passo sicuro e la mano in tasca che, come è emerso dopo il delitto, teneva stretta la pistola. Dopo pochi minuti lo hanno visto uscire dalla palazzina e rimettersi in auto. Si indaga sui familiari del killer per istigazione
CARRARA. Hanno visto Roberto Vignozzi parcheggiare la macchina, in via Monterosso, a pochi metri dalla palazzina al 2 bis dove abitava il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi. Lo hanno visto avanzare, con il passo sicuro e la mano in tasca che, come è emerso dopo il delitto, teneva stretta la pistola. Dopo pochi minuti lo hanno visto uscire dalla palazzina e rimettersi in auto. Questa volta con il passo un po’ più frettoloso. Con la stessa mano nella tasca del giubbotto pesante.
Sono tre testimoni oculari che incastrano Roberto Vignozzi come unico presente nel luogo del delitto. È stato l’ex postino ad arrivare, da solo, a casa di Taibi. Sempre lui, sempre solo, ha ripreso la macchina per andare a costituirsi in Procura. Tre testimoni hanno raccontato tutto ai carabinieri e le loro versioni dei fatti, pressoché identiche, hanno ricostruito quanto avvenuto la mattina dell’omicidio.
Le indagini: per i familiari si profila l’ipotesi accusatoria di istigazione. Le indagini stanno andando avanti. Gli inquirenti non tralasciano nessun particolare del tragico delitto che ha spezzato la vita del maresciallo Antonio Taibi.
E grande attenzione, da parte dei carabinieri, è rivolta ai figli di Roberto Vignozzi, i suoi amati ragazzi finiti nei guai con la giustizia che l’ex postino aveva pensato di vendicare uccidendo il maresciallo Taibi. È stato appurato che nel luogo del delitto c’era solo e soltanto Roberto Vignozzi. Ma i figli potrebbero avere un ruolo, tutto ovviamente da provare,) nell’istigazione dell’omicidio.
I tamponi della prova stub all’esame dei Ris. Un accertamento unico e irripetibile. È questa la prova stub a cui sono stati sottoposti i familiari di Vignozzi. Una prova che serve ad accertare eventuale presenza di polvere da sparo che avvalorerebbe un contatto con l’arma del delitto. I tamponi sono stati inviati ai Ris che nei prossimi giorni, dopo aver avvisato il legale del Vignozzi che deve essere informato dei fatti, procederanno alle analisi.
Vignozzi all’avvocato: non credevo di averlo ucciso. Rispetto ai primi colloqui con il suo legale, Enrico De Martino (l’avvocato Roberta Caldana ha rinunciato all’incarico), Roberto Vignozzi ha parlato di più. Ma solo di quanto avvenuto nel momento del delitto. Nulla delle circostanze immediatamante precedenti che hanno portato a maturare la tremenda decisione.
«Quando sono uscito dalla palazzina di via Monterosso non credevo di averlo ucciso. Non sapevo se Taibi era morto». Questo ha ripetutol’ex postino al suo legale, in un racconto lucido ma fatto quasi in terza persona, come se lo stesso Vignozzi fosse stato spettatore di quanto lui stesso ha compiuto. Un pensiero e tutta la preoccupazione di Roberto Vignozzi è andato poi ai figli e alla moglie.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
