Il Tirreno

Da padre preoccupato a spietato assassino

Da padre preoccupato a spietato assassino

Tre anni fa in tribunale le ansie di Roberto Vignozzi per il figlio Riccardo, il Diabolik dei furti a scuola

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CARRARA. Quando l’ho incontrato, nell’aprile di tre anni fa, non c’era nulla dell’assassino spietato di ieri negli occhi e negli atti di Roberto Vignozzi.

Era un padre disperato, pieno di vergogna, che accompagnava il figlio Riccardo (allora 29 anni) all’udienza che gli avrebbe convalidato gli arresti. Era finito in tribunale per spaccio, e a questo reato si erano aggiunti i 14 colpi nelle scuole, i furti alle macchinette delle merendine, messi a segno, con la firma e il passamontagna di Diabolik, in diverse scuole di Marina di Carrara. Quando, ieri mattina in via Monterosso, davanti al nastro bianco e rosso che delimitava la zona del delitto, è venuta fuori, insieme all’identità dell’uomo che aveva ucciso il carabiniere, anche la storia dei figli, le gesta di Diabolik, ho stentato a crederci.

Perché io quella mattina, nell’aprile di tre anni fa, io Roberto Vignozzi lo avevo visto bene. Ci avevo parlato e mi era sembrato un padre disperato.

Un padre che guardava con amore, ma anche con tanta amarezza il figlio. Che lo esortava a mettere la testa a posto. Che gli contava le sigarette, tante, che fumava fuori e dentro dal tribunale.

Il padre Roberto non era stato d’accordo quando il figlio, Riccardo, aveva rilasciato, proprio al nostro giornale, la lunga intervista in cui spiegava il perché dei furti nelle scuole con il cappuccio di Diabolik. Si vergognava. Aveva paura di quello che la gente avrebbe detto, nel cuore di Marina vecchia dove la famiglia abitava prima di trasferirsi lungo il viale XX Settembre, alla Fabbrica.

Ma quei figli hanno continuato a farlo disperare babbo Roberto. Quando, un mese dopo, sempre nel 2013, dopo i fatti di Diabolik, il figlio Riccardo finì di nuovo nei guai per spaccio, patteggiando la pena di un mese, il padre chiamò in redazione. Lamentandosi che, ancora una volta, avevamo scritto sul giornale del figlio, con nome e cognome.

Quell’onta, quella paura del giudizio e delle chiacchiere della gente, gli si sentiva nella voce. Non era una voce adirata. Ma nel suo tono c’era tanta amarezza. C’era lo scoraggiamento per quello che stava passando la sua famiglia. Un sentimento che, nel corso degli anni, si è trasformato in qualcosa in una terribile vendetta.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione Pisa