Il Tirreno

Frigido di nuovo bianco e la sorgente è a rischio

di Melania Carnevali
Frigido di nuovo bianco e la sorgente è a rischio

Cinque livelli di depurazione per rendere potabile l’acqua che attraversa le cave E gli ambientalisti si tuffano per protesta nel fiume pieno di marmettola

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MASSA. Gli argini del fiume Frigido, a Massa, sono diventati bianchi: il miraggio delle spiagge caraibiche sotto forma di incubo. Quella, infatti, è marmettola, lo scarto di lavorazione del marmo che fino agli Ottanta veniva riversato direttamente nei corsi d’acqua, facendo sparire ogni forma di vita. Oggi no, la normativa in campo di rifiuti lo vieta categoricamente, ma la marmettola, nell’acqua, ci finisce comunque. Arriva direttamente dalle cave e dai ravaneti, ossia i pendii dove si accumulano i detriti dell’escavazione, anche questi illegali eppure ben presenti sulle Alpi Apuane. E poi scende giù giù nei corsi d’acqua, verso valle, colorando fiumi di bianco. Come è accaduto ieri, quando, con la pioggia, il Frigido si è riempito di fango bianco. Di nuovo, come un incubo da cui non ci si riesce a svegliare.

C’è chi, ieri, ha voluto prenderla con ironia, tuffandosi nelle acque bianche e gelide del Frigido. Lo ha fatto un gruppo di ambientalisti apuani, a mo’ di tuffo di Capodanno in versione ecologista.

Ma intanto per rendere potabile l’acqua proveniente da fonti vicino a cave, si ricorre a cinque livelli di depurazione contro l’uno delle acque provenienti da fonti lontane, a costi chiaramente aggiuntivi. È la storia apuana che si ripete, quasi identica a se stessa.

Illeciti alle cave. Questa volta le norme si conoscono bene, ma non vengono rispettate. La marmettola infatti dovrebbe essere stoccata e portata in discarica, trattata come rifiuto speciale. Ma non sempre succede: viene abbandonata nei piazzali di cava o nei ravaneti, “senza adeguate reti di drenaggio e di scolo per gestire l’acqua piovana”, come scrive Arpa Toscana che ormai colleziona report sul caso.

Inoltre le Alpi Apuane sono montagne “spugna”: hanno una struttura carsica e questa significa che i liquidi, quando una parete viene bucata, come durante l’escavazione, scorrono nelle vene della roccia e attraversano le montagne finendo nei corsi d’acqua o affondando in grotte che con il tempo diventano vere e proprie discariche, in questo caso di marmettola.

Come quella di Renara, dove gli speleologici della federazione toscana hanno trovato un enorme deposito di fango bianco, dentro, nella pancia della montagna.

«Impossibile ridurre l’inquinamento da marmettola finché ci saranno le cave», commenta Nicola Cavazzuti, presidente della commissione comunale ambiente e membro del Cai di Massa Carrara, che ha recentemente scoperto cumuli giganti di marmettola nel Parco fluviale del Frigido. «Mi immaginavo che avrei trovato qualcosa se fossi sceso negli argini - racconta il consigliere comunale durante un sopralluogo nel parco fluviale - ma non mi sarei mai immaginato di trovarne tanta, di marmettola. Adesso è impressionante: è tutto completamente bianco».

Ecosistema a rischio. La più grande riserva idrica della Toscana quindi (quella delle Apuane) è sotto minaccia. La marmettola, come scrive la responsabile per la provincia dell’agenzia Gigliola Ciacchini «costituisce un apporto non naturale, ha la particolarità di precipitare sul fondo dei corsi d’acqua, occlude gli interstizi presenti e impermeabilizza la superficie di scorrimento dell’acqua con effetti sull’ambiente che vanno dalla scomparsa dell’habitat per le specie animali e vegetali che popolano il fiume fino alla non alimentazione delle falde acquifere».

In altre parole: secca i corsi d’acqua e le specie animali spariscono. Che è la sorte toccata alla sorgente del passo della Focalaccia, cresta di un monte al confine tra il comune di Massa e quello di Minucciano in provincia di Lucca, una volta a quota 1685 metri di altezza e adesso abbassato di oltre 50 metri per l’attività estrattiva: la sorgente è sparita, seccata, diventata un ricordo nostalgico dei vecchi alpinisti, per colpa dell’escavazione.

Sulle conseguenze dirette sull’organismo umano, fino ad oggi ha dominato un po’ il caos, dal momento che di studi scientifici sul caso non ne sono mai stati fatti.

Ma anche Arpat recentemente ha preso posizione chiarendo che «insieme alla marmettola possono esserci altri inquinanti meno visibili». Nella marmettola prodotta durante il taglio con il filo o con la tagliatrice a catena, infatti, il residuo prodotto è contaminato da oli e grassi e da metalli, mentre la marmettola prodotta dalla semplice azione meccanica (schiacciamento delle ruote dei mezzi, riduzione volumetrica con martelloni, caduta lungo i pendii..).

In generale, infatti, per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato, che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marmettola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il processo di depurazione dell’acqua inquinata. Tant’è che, dicevamo, per rendere potabile l’acqua proveniente da fonti vicino a cave, si ricorre a cinque livelli di depurazione. È il caso ad esempio della sorgente del Cartaro che fornisce acqua a Massa. L’impianto riceve acque da due fonti, quella del canale del Cartaro che sta sotto il bacini industriale marmifero denominato Rocchetta, e quella alla destra orografica al di fuori dell’influenza del bacino industriale. Da queste fonti arrivano circa 7 milioni di metri cubi di acqua all’anno, è la fornitura più grande gestita da Gaia. Le acque della prima devono passare da 5 fasi, quelle della seconda da una sola. Non è un caso quindi che le acque del Frigido (come quelle del Carrione, altro corso d’acqua che attraversa le cave di marmo) abbia uno stato “chimico” non buono.

L’inchiesta. La Procura di Massa l’estate scorsa (2015) ha avviato una maxi inchiesta su illeciti ambientali nelle cave in collaborazione con il corpo forestale dello Stato, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di nove imprenditori del marmo. E il numero è destinato a crescere, come fa sapere il procuratore capo Aldo Giubilaro: «Abbiamo chiuso la terza fase delle indagini - dice - dopo i primi controlli nel bacino di Miseglia e i secondi a Torano».

Ma per il momento il mirino della magistratura è puntato solo su Carrara, dove d’altronde si concentra il maggior numero di cave. Massa rimane una zona a sé, che vive anche un po’ di rendita della falsa convinzione che “qui alla fine le cave non creano problemi”. E i depositi di marmettola sugli argini continuano a crescere sotto gli occhi di chi in fondo crede veramente che quella sia una spiaggia bianca.

Il Consorzio di bonifica (l’ente incaricato alla manutenzione dei corsi d’acqua del territorio) ha già fatto sapere che, nel caso di rinvii a giudizio, si costituirà parte civile «perché - commenta il presidente del Consorzio, Ismaele Ridolfi - oltre alle gravi implicazioni ambientali prodotte, la presenza di marmettola negli alvei comporta spese extra non certo indifferenti: perché il materiale che ci troviamo a scavare, nella fase di manutenzione, aumenta in maniera significativa. E spesso è anche inquinante. E così i costi lievitano». Come se il Consorzio avesse mai speso un euro per ripulire i fiumi dalla marmettola (almeno per quanto riguarda il Frigido). Contattato (per avere conferme o smentite), il presidente del Consorzio ha fatto sapere di non avere tempo («al momento») di rispondere alle domande.

La bonifica. L’ultima “bonifica” di cui si ha memoria, comunque, è quella effettuata dal Comune di Massa a metà anni Novanta, per la modifica cifra di 5 miliardi delle vecchie lire (soldi pubblici chiaramente). Una bonifica che in realtà è stato un semplice trasloco delle segherie, fino ad allora piazzate sul fiume, nella zona industriale. Un modo insomma per arginare l’inquinamento.

E invece, per quanto riguarda gli argini, quelli continuano a crescere.

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