Il Tirreno

Nara e Mattia, morti senza un colpevole

Nara e Mattia, morti senza un colpevole

Il processo sulla frana si è concluso con sei assoluzioni

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MASSA. Nessun colpevole per la morte di Nara Ricci e del suo bellissimo bimbo Mattia, di appena due anni, soffocato dal fango mentre era nel lettone abbracciato alla mamma la sera del 31 ottobre del 2010. In quella che per i massesi è la notte delle frane di Lavacchio e Mirteto. La prima sentenza ad arrivare è quella di Lavacchio, a leggerla è il giudice Giovanni Sgambati alle 14.30 di ieri pomeriggio. Ed è un pugno allo stomaco per Antonio Guadagnucci, marito e padre delle due vittime, e per la figlia Michela, che lo segue come un’ombra da quando la loro famiglia si è dimezzata. Cinque anni fa.

Dopo la lettura del dispositivo in aula è calato il silenzio, con gli avvocati di parte civile che si sono stretti attorno ad Antonio e Michela rassicurandoli perché tutto non è perduto. Ci sarà l’appello, lo farà la procura (il sostituto Rossella Soffio ieri non c’era ma non appena arriveranno le motivazioni chiederà a Genova di ribaltare il responso) e lo faranno i Guadagnucci. Ma ci sarà anche una causa in sede civile per il risarcimento che queste persone meritano per quello che hanno passato, come hanno sottolineato perfino i legali dei sei imputati finiti alla sbarra con l’accusa di duplice omicidio e disastro colposo. Con un protagonista in più, che in questo processo penale invece era il grande assente: il Comune di Massa, che ha autorizzato a costruire quelle case a ridosso della montagna che si sapeva che prima o poi sarebbe venuta giù. Gli imputati, dicevamo, finiti nel frullatore e rimasti lì per cinque anni. Fino all’assoluzione. Alla sbarra c’erano Giuliano Arrighi, capo settore dei lavori pubblici della Provincia; Mauro Alberti, responsabile servizio strade; Nicola Rossetti, responsabile servizio di costa; Libero Ballerini, capo cantoniere (colui che aveva il compito di verificare lo stato delle strade). Ma anche il libero professionista che ha certificato i lavori, Antonio Cirillo, e il titolare della ditta, Paolo Busticchi. Per Cirillo e Busticchi il giudice ha usato il primo comma (il fatto non sussiste), per gli altri il secondo comma(è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste).

Non è una sentenza clamorosa, o almeno non lo è da quando il perito nominato dal giudice Sgambati, il geologo Giovanni Gabriele, aveva detto che era stato un evento piovoso di portata eccezionale, che non poteva essere previsto: il 31 ottobre del 2010 caddero oltre duecento millimetri di acqua, roba che si può verificare ogni 234 anni. Un periodo talmente lungo che non poteva essere calcolato in fase di progetto e manutenzione del graticcio che doveva salvare le case di Lavacchio dallo smottamento che le investì nella notte di Ognissanti di cinque anni fa. E c’è una norma specifica che dice che oltre i duecento anni nessuno è imputabile per catastrofi del genere. Gabriele in aula aveva risposto ai sei quesiti emersi dal dibattimento, anche se era il primo quello decisivo. Per il tecnico insomma quel giorno a Massa era venuta giù talmente tanta pioggia che era impossibile prevederla. Ribadendo più volte che la sua analisi era oggettiva e si basava su modelli matematici talmente collaudati da variare in modo consistente anche per pochi millimetri di acqua in più o in meno. Anche se quel 31 ottobre 2010 però non andò secondo i modelli matematici e il meteo decise di creare l’evento piovoso ripetibile ogni 234 anni: «L’eccezionalità del periodo di ritorno esclude responsabilità», aveva scandito il geologo. Il perito poi aveva spiegato che il malfunzionamento delle canalette che dovevano regimentare l’acqua era dovuto alla portata del temporale e non a errori umani, nella progettazione o nella realizzazione. Il tecnico semmai ipotizza una mancata regimentazione dell’acqua da parte del Comune, che ha permesso di edificare in quella zona di Lavacchio: «La strada provinciale che viene giù - aveva spiegato il geologo - possiamo definirla vittima piuttosto che carnefice». Ed è quello che hanno ripetuto le difese, chiedendosi, e chiedendolo al giudice, perché non c’era il Comune alla sbarra. La risposta è giunta alle 14.30, quando è arrivata l’assoluzione degli imputati che erano stati individuati dalla procura come responsabili per la morte di una donna che non aveva ancora quaranta anni e di un bimbo di appena due anni. Lasciando però un dubbio enorme: può essere stato soltanto il destino?

Danilo D’Anna

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