Sicurezza
Dirigente condannato per peculato. Licenziato, Poste deve riassumerlo
L’azienda ha commesso un errore perché aveva già punito il dipendente con una sospensione. In primo grado è stato ritenuto responsabile di un ammanco di 700 euro, soldi di una cliente
MASSA CARRARA. Il direttore dell’ufficio postale di Licciana Nardi - in realtà l’unico impiegato che doveva fare tutto per mandare andare avanti lo sportello e che per prendersi una pausa di tanto in tanto doveva chiudere e mettere un cartello con scritto “torno subito” - deve essere reintegrato nel suo posto di lavoro e riscuotere i dieci mesi di stipendio che non gli sono stati versati dopo il licenziamento. Perché il massese Antonello D’Angelo, 63 anni, non poteva essere licenziato dall’azienda. Nonostante per la giustizia italiana, primo grado di giudizio, sia colpevole di peculato (pena di 8 mesi) per essersi appropriato di settecento euro di una cliente che aveva riscosso dei buoni fruttiferi per aiutare i nipoti che le avevano chiesto un prestito.
Non perché non sia una giusta causa per essere licenziato - anche se la sentenza non è passata in giudicato -, ma perché le Poste per quell’episodio lo avevano già punito due anni prima, dopo un’indagine interna, con una sospensione di dieci giorni. La sentenza di condanna del dirigente (anche se contrattualmente D’Angelo era inquadrato come operatore senior) però aveva fatto talmente clamore sui giornali (e tra la comunità lunigianese) che i vertici della società di recapito avevano deciso di mandare via l’impiegato. Dimenticando che lo avevano già punito, come ha sottolineato il giudice Augusto Lama che ha disposto il reintegro del dipendente accogliendo il ricorso dei legali dell’uomo, gli avvocati Giovanni e Alberto Rimmaudo.
Poste non poteva perseguire due volte per lo stesso fatto il responsabile dello sportello e quindi deve inserirlo nuovamente in organico, liquidando le spettanze che non gli sono state corrisposte dopo la cessazione del rapporto. La sentenza è esecutiva, anche se dopo la legge Fornero si può ricorrere in appello e in cassazione. Ma così come è ancora tutta da decifrare il percorso penale della vicenda, dato che gli avvocati Rimmaudo hanno impugnato la sentenza di condanna. D’Angelo quei soldi dice di averli presi inavvertitamente. E un elemento a sua discolpa sembra esserci, anche se il giudice Antonia Aracri non lo ha ritenuto valido quando ha deciso di condannare il dipendente: il postale a fine giornata si è accorto di aver versato 2.000 euro alla cliente, anziché 2.700.
L’ha cercata e le ha detto quello che era successo. Era novembre 2011. La donna si è recata nell’ufficio di Licciana Nardi, si è presa la rimanenza e poi lo ha denunciato. E così hanno fatto le Poste. L’azienda non si costituita parte civile e dopo un’indagine interna, quando ancora l’impiegato non era stato neppure rinviato a giudizio, lo ha sospeso per dieci giorni. Sentendo le parti nella sua relazione l’ispettore inviato a Licciana Nardi aveva definito colposo l’ammanco. Insomma, un errore dato da distrazione. La giustizia penale però ha ribaltato tutto a inizio 2015 e l’azienda è tornata sull’argomento dicendo che D’Angelo non poteva più far parte dell’organico. I Rimmaudo però hanno impugnato il provvedimento e hanno avuto ragione (anche se un primo giudice aveva rigettato la richiesta di reintegro).
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