Il Tirreno

Quando i fascisti spararono a Pariana

Quando i fascisti spararono a Pariana

Livio Angeloni che all’epoca aveva 7 anni racconta quel 2 dicembre 1944

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MASSA. Aveva sette anni e mezzo Livio Angeloni, cittadino massese, 78 anni, oggi pensionato, quando assistette al rastrellamento del 2 dicembre 1944, avvenuto nelle frazioni montane dove abitava con la sua famiglia, Ca’ di Cecco e Pariana. «Non ho mai rivelato a nessuno- racconta Livio Angeloni- che ricordo perfettamente ogni singolo secondo di quella mattinata, quando persi amici e parenti».

«Il cielo era sereno, e non faceva molto freddo; si sentivano chiudere le porte e le finestre delle case, invece di aprirle, come ogni giorno che cominciava; mia madre era agitata, le donne parlavano tra di loro nella piccola piazza davanti casa nostra, cercando di non far capire a noi piccoli la paura che avevano. Gli uomini e i ragazzini più grandi erano tutti stranamente spariti. Mio padre e mio fratello, che aveva soltanto 16 anni, erano corsi di fretta in Tambura. Non capivo perché. Poi iniziai a sentire gli spari sopra il paese, che si avvicinavano sempre di più».

«Vedemmo i muri delle case, sopra le nostre teste, colpiti dai proiettili- ricorda Livio Angeloni- e di corsa ci rifugiammo in casa, io, mia madre e i miei due fratelli. Dopo pochissimo tempo i soldati iniziarono a picchiare alle porte, per farsi aprire. Erano scesi giù dall’Altissimo; lo seppi dopo che erano i soldati della divisione Monterosa, con alcuni tedeschi. Vennero anche a casa mia. Aprii la porta, incauto, fuggendo dalle gonnelle di mia madre e mi vidi di fronte un soldato. Mi fece capire che voleva controllare tutta la casa, si mise una bomba vicino alla bocca e, tenendo la sicurezza tra i denti, mi prese e mi spinse su per le scale. Mi fece alzare le coperte dei letti e i materassi per vedere se c’era qualcuno nascosto e dopo aver ispezionato tutte le stanze mi riportò in cucina e se ne andò. Mi misi alla finestra per sbirciare dalle serrande chiuse cosa stesse succedendo fuori e vidi da lontano nella strada centinaia di soldati scendere nel paese. Allora uscii di casa, mi sedetti su un grosso sasso davanti alla porta e ad ogni soldato che tentava di entrare gli gridavo, in massese, perché sapevo parlare solo quello “Idjen ‘ngià vinuti a ca’ mia!!” e loro sembrava quasi mi ascoltassero e proseguivano. Per circa quindici minuti feci la guardia alla mia porta, quando ormai i soldati erano arrivati a Pariana; vedemmo donne e bambini spinti dai soldati, dove oggi ci sono le scuole elementari, poi verso i mulini, in fila indiana verso la Polla di Tommaso, pronti ad essere trucidati se qualche loro soldato fosse stato colpito dai nostri Partigiani; poi sentimmo altri spari e soltanto il giorno dopo siamo venuti a sapere che avevano ammazzato il compagno Mussi. E poi morì mio zio, Giovanni Angeloni, che era da molti giorni allettato per una malattia, e stava solo in una stanza sopra la cucina; quando mia zia rientrò a casa, dopo il trambusto dei soldati che avevano controllato tutte le stanze del paese, non lo trovò più. Lo cercammo tutta la notte e fino al giorno successivo, e lo trovarono mitragliato, mentre cercava di fuggire verso le Madielle. Portarono il mio povero zio a Ca’ di Cecco e lo sistemarono nella stalla, dove c’era il rifugio del paese; fu seppellito a Pariana. Per tutta la mia vita ho sempre avuto davanti agli occhi l’immagine di quella cassa da morto costruita con tavole di legno ricavate da una vecchia porta, come quella del soldato con la bomba tra i denti. Sono passati 70 anni e nessuno le cancella».

(Mda)

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