Il Tirreno

mafia e territorio

Quando la Calcestruzzi era “padrona” delle cave

di David Chiappuella
Quando la Calcestruzzi era “padrona” delle cave

CARRARA. Si torna a parlare dell’ombra della mafia in territorio apuano. I cinque anni in cui la più grande azienda mondiale di marmo finì nelle mani della famiglia Buscemi sono tornati alla ribalta...

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CARRARA. Si torna a parlare dell’ombra della mafia in territorio apuano. I cinque anni in cui la più grande azienda mondiale di marmo finì nelle mani della famiglia Buscemi sono tornati alla ribalta dopo che Mauro Michele Giarrusso, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato e membro della commissione parlamentare antimafia, ha annunciato un’inchiesta sul caso Sam-Imeg e richiesto accertamenti sulla presunta presenza massonica al vertice del potere politico cittadino.

Le pagine buie relative all’epoca in cui l’imprenditore ravennate Raul Gardini comprò con la Calcestruzzi Spa (impresa capofila del gruppo Ferruzzi) la Sam-Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara, sono ripercorse anche in uno degli importanti documenti pubblicati in appendice a “Un suicidio imperfetto. Raul Gardini: storia di una vita da corsaro e di una morte sospetta”, libro edito da Castelvecchi, scritto dal giornalista ed economista Fabrizio Spagna.

L’autore di questa biografia-inchiesta, dopo aver esaminato soprattutto i legami tra Gardini e gli Usa, gettando nuovi interrogativi sul suo suicidio, avvenuto il 23 luglio 1993 a Milano, approfondisce “i rapporti tra gruppo Ferruzzi e mafia”, riproducendo le 45 pagine della richiesta di archiviazione presentata il 9 giugno 2003 dall’allora procuratore capo di Caltanissetta Francesco Messineo al gip nisseno per uno dei filoni di inchiesta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, nel quale si è affrontata anche la morte di Gardini. In questo atto la Procura di Caltanissetta, pur ritenendo di non disporre di elementi idonei a sostenere in giudizio l’accusa a carico dei cosiddetti “mandanti occulti” delle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, afferma che per interpretare gli omicidi dei due giudici risultano importanti le dichiarazioni del pentito Angelo Siino, considerato il “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, che indicavano la Calcestruzzi come la società che si prestava a favorire gli interessi della mafia. La ditta, in particolare, avrebbe partecipato alla maxi speculazione di Pizzo Sella, la magnifica collina che sovrasta il golfo di Palermo, costruendovi 314 ville completamente abusive, simbolo dello strapotere mafioso sulla città. Falcone e Borsellino sarebbero stati eliminati proprio perché avrebbero scoperto tutta la verità sull’interesse strategico nutrito da Cosa Nostra per la gestione degli appalti pubblici. A guidare Gardini in quest’affare sarebbe stato un vecchio socio di suo suocero Serafino Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, detto “Il Panzer”, comandante partigiano, dirigente delle cooperative rosse di Ravenna e presidente della Calcestruzzi, il quale gli avrebbe spiegato che per questa società c’era la possibilità di prendersi tutti gli appalti pubblici siciliani, alleandosi, però, con i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, molto legati a Totò Riina, che dal 1982 entrarono direttamente nella proprietà della ditta. A conferma di questa tesi il procuratore Messineo riporta la celebre frase pronunciata dal giudice Falcone quando il gruppo Ferruzzi venne quotato a Piazza Affari: «La mafia è entrata in borsa». Nel 1987 la Calcestruzzi comprò dall’Eni di Vincenzo Grotti la Sam-Imeg. Il primo grande affare si presentò nel 1990, con un contratto da tremila miliardi di lire per la desolforazione delle centrali a carbone Enel, in cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale.

Ma le cose precipitarono. Antonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato suo cognato, Girolamo Cimino, in veste di amministratore delegato della Sam-Imeg, insieme al suocero di quest’ultimo, Rosario Spera, con l’incarico di direttore commerciale. I siciliani - secondo la ricostruzione di quegli eventi – imposero condizioni vessatorie ai cavatori e ai rappresentanti delle ditte consorziate, in particolare per quanto riguarda il pagamento dell’odiosa tassa del “settimo” (fino al 14% del fatturato), balzello che i subaffittuari devono versare ai concessionari degli agri marmiferi. Un piccolo imprenditore, Alessio Gozzani, socio della Silver Marmi, si oppose, dando del “terrone” a Cimino e fu ucciso nel 1991, dopo un agguato in piena regola sull’autostrada Livorno-Genova (per quell’omicidio sta scontando l’ergastolo Carmelo Musumeci, il “padrino” della Versilia di quegli anni).

Il giudice Augusto Lama, all’epoca sostituto procuratore della Repubblica di Massa-Carrara, cominciò ad indagare, ma fu bloccato dall’allora ministro della giustizia Claudio Martelli con un procedimento disciplinare, sulla base di un esposto che censurava le sue esternazioni su possibili coinvolgimenti del gruppo Ferruzzi con la mafia. L’indagine massese, però, era iniziata con il piede giusto, come conferma il documento firmato dal procuratore Messineo ed allegato al libro di Spagna, in cui si fa riferimento ad alcuni atti trasmessi da Lama a Palermo il 26 agosto 1991, “relativi ad indagini espletate nei confronti della Imeg, riconducibile ai fratelli Buscemi”, che chiedevano approfonditi accertamenti bancari e patrimoniali su di essi. Il giudice Messineo, però, ammette che all’epoca «la magistratura di Palermo, probabilmente per limitato bagaglio di conoscenze a disposizione, non attribuì soverchia importanza alla connessione Buscemi-gruppo Ferruzzi», dal momento che il procedimento iniziato a Massa-Carrara a carico di Antonino Buscemi venne archiviato nel capoluogo sicilianol’1 giugno 1992, «subito dopo la strage di Capaci e le relative intercettazioni furono smagnetizzate».

Dopo la morte di Borsellino, però, la Procura di Palermo riprese il vecchio spezzone di indagini, avviato da quella apuana sulla Imeg. Il procuratore di Caltanissetta ricorda anche un incontro avvenuto nel 1994 tra Lama ed il magistrato del tribunale palermitano Giuseppe Pignatone.

Per le nostre cave il periodo buio e opprimente proseguì fino al 1992, quando la Sam-Imeg passò a una famiglia carrarese e a un altro gruppo di industriali apuani e spezzini. In merito a tale passaggio di mano, Messineo richiama l’attenzione sul verbale del 19 aprile 1994 di Giuseppe Berlini, “tesoriere occulto” del gruppo Ferruzzi, dinanzi al pm Lama, da cui si apprende che il ricavato della vendita della Imeg, con corrispettivo in parte in nero, servì per ripianare le perdite delle società del gruppo. Parte dell’attivo fu utilizzato per pagamenti a un uomo d’affari greco e in altre direzioni, fra cui il versamento di 621 milioni di lire a Primo Greganti, cassiere del Pci-Pds, attraverso il conto “62035 Gabbietta” del Banco di Lugano.

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