Il Tirreno

Morì a 12 anni, il perito: colpa del pediatra

di Melania Carnevali
Morì a 12 anni, il perito: colpa del pediatra

Riprende il processo con la relazione del consulente nominato dal legale dei genitori: «Era solo un’infezione ai polmoni»

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MASSA. «Se non aveva tempo di fare la visita, doveva almeno consigliare alla mamma di andare al pronto soccorso. Questa bimba è rimasta per due giorni senza servizio sanitario». Gaetano Thiene, patologo cardiovascolare e uno dei massimi esperti in campo di morte improvvisa giovanile - 700 i casi da lui studiati- non ha dubbi in merito alla vicenda di Irene Del Monte, la dodicenne morta il 10 febbraio del 2013 per quella che inizialmente sembrava solo una febbre: la sua morte era evitabile. «Sarebbe bastato un controllo con il fonendoscopio per sentire i polmoni sibilare», aggiunge l’esperto davanti a un’aula di tribunale rimasta basita.

È ripreso ieri infatti il processo, in cui risulta unico imputato Giorgio Biava, il pediatra della bimba accusato di omicidio colposo per non essere andato a casa a constatare di persona lo stato di salute della paziente, nonostante la telefonata della madre.

Thiene, consulente nominato dalla famiglia di Irene, ha presentato la sua perizia, che sembra smontare pezzo pezzo quanto sostenuto in sede di incidente probatorio dal pneumologo Venerino Poletti, dell’Asl di Forlì, incaricato dal tribunale di Massa di dare un parere sulle cause del decesso. Secondo Poletti, la dodicenne sarebbe morta per una miocardite acuta, e in quanto tale il decesso era «un evento imprevedibile». Una «ipotesi fantasiosa», secondo Thiene perché «non sono stati trovati - sostiene l’esperto - tracce di infiammazione del miocardio». Secondo il consulente, la dodicenne sarebbe invece morta per una broncopneumopatia, ossia un’infiammazione delle vie aree terminali. «Ho trovato i polmoni epatizzati - spiega l’esperto - In altre parole il polmone era indurito».

La sua perizia quindi smonta quella di Poletti, che a sua volta smontava quella effettuata dal medico legale Maurizio Ratti e da Andrea Cavazzana, primario dell’unità operativa di Anatomia patologia dell’Asl1. Un castello di perizie, diagnosi, controdiagnosi, che ripunta adesso il mirino su quella mancata visita del pediatra.

Le morti improvvise giovanili hanno infatti tre ipotetiche cause: cerebrali, respiratorie e cardiache. «Siamo andati a esclusione - spiega il consulente - Abbiamo escluso la causa cerebrale prima e quella cardiaca dopo. Quando l’hanno portata all’ospedale infatti non hanno registrato quel classico “terremoto” al cuore, che invece avrebbero dovuto registrare se fosse stato un problema cardiaco. Invece abbiamo trovato una grave infiammazione alla vie aeree». L’origine dell’infezione, presumibilmente, è stata virale «ma all’epoca - racconta l’esperto - c’era il timore della suina e non hanno analizzato tutte le possibile cause virali. Noi lo abbiamo fatto ma avendo lavorato sul paraffinato è risultato negativo a tutto». «Poletti - continua il professor Thiene - nonostante sia un esperto del suo settore, ha fatto una analisi anomala che io non so spiegare».

Ma, domanda essenziale nel processo - e che il giudice Fabrizio Garofalo, ha rivolto al consulente - se fosse andata in ospedale subito, Irene si sarebbe salvata? La risposta (quella dell’esperto) è sì: se il medico avesse visitato la bimba e se fosse stata portata all’ospedale, Irene non sarebbe morta. «Un semplice sintomo - spiega il consulente in aula - era la tosse».

Una serie di “se” che come degli sliding doors non cancellano il passato e non ridanno Irene alla famiglia.

«Nella mia perizia - conclude il professore - ho espresso perplessità su questo metodo sanitario che permette al medico di famiglia di curare a distanza. Un medico deve guardare in faccia un paziente, toccare le sue mani, ascoltarlo. È così che si evitano le morti». E anche questo è uno sliding doors. Il processo riprenderà l’8 gennaio 2016.

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