Sicurezza
«La mia Fermet rovinata da una legge che non c’è più»
Alberto Ricciardi, patron del gruppo Fermet, oggi in liquidazione, racconta come un decreto regio del 1923 lo avrebbe portato al dissesto finanziario
MASSA. Un’azienda rovinata da un decreto regio del 1923, nonostante fosse già stato ampiamente superato da una legge del 1972. Perché dove non arriva la crisi, arrivano la burocrazia, il Fisco e anche un po', forse, gli interessi occulti. È la storia della Fermet, società apuana di Alberto Ricciardi, un tempo leader nella lavorazione di rottami di ferro e fornitura di materiali metallici alle acciaierie, con un fatturato che in passato ha superato i 200 milioni di euro, e oltre 70 dipendenti, ma adesso in liquidazione. Ferma, paralizzata, nonostante vanti anche un credito Iva di quasi 5 milioni di euro. Soldi bloccati per un’accusa di evasione fiscale, poi caduta: una sentenza che non cancella però la legge dello Stato la quale impone (o meglio impediva fino a oggi, ndr) anche alle società senza pendenze con il Fisco, di garantire l’incasso dei rimborsi Iva con una fideiussione. Che chiaramente l'azienda non può avere dalle banche essendo in liquidazione. Un cortocircuito che spedisce l'azienda con tutti i suoi 70 dipendenti sempre più giù, in un baratro finanziario da cui sembra impossibile rialzarsi. Ma c'è dell’altro: secondo una sentenza della commissione tributaria della Lombardia il fermo non era applicabile al rimborso del credito Iva, perché questo è solo – dicevamo – previsto da un decreto regio del 1923 superato da una legge 633 del 1972. Ma l'azienda è ancora lì, in attesa di un risarcimento, un segno, una svolta: gru ferme, 70 dipendenti a casa, morale a pezzi. «Ma si può rovinare un'azienda per un decreto regio del 1923?», si sfoga l'imprenditore mostrando le varie carte delle sentenze e gli articoli di giornale che ricostruiscono la sua strana storia passo passo. «Un decreto – continua – che è stato cancellato da una legge che ha 40 anni, non 2. Se fosse una legge nuova, si potrebbe pensare che non sia ancora conosciuta, ma se ha almeno 40 anni, come si fa a non conoscerla? E poi – continua – era davvero necessario fare un processo, con i tempi della giustizia? Non si poteva andare da questo funzionare dell'Agenzia e dirgli: “guarda che stai applicando una norma sbagliata che rovinerà un'azienda? La nostra società era fisiologicamente a credito di imposta, di almeno 150mila euro all'anno. E hanno iniziato a bloccarcelo nel 2009. Immaginiamo quanto abbiamo perso. E domandiamo quindi chi ci guadagna nelle cause. Io adesso non mi fido più di nessuno e da ogni operazione guardo chi ne trae vantaggio». Tutta la disavventura della Fermet sembra partire da una contestazione delle Agenzie delle entrate: in sostanza a Ricciardi veniva contestato di avere dedotto a bilancio costi a fronte di fatture derivanti da operazioni in nero a monte della catena di approvvigionamento, per un valore di 23 milioni di euro. Detto in parole povere: alcuni dei suoi rifornitori acquistavano in nero. «Cosa dovevo fare l'investigare?», commenta Ricciardi. Il tribunale di Brescia gli dà ragione, assolvendolo perché «il fatto non sussiste». Durante il contenzioso però il rimborso del credito Iva è stato bloccato, nonostante, il blocco non fosse applicabile. Ma ci sono altre due “beghe” che hanno contribuito all'uccisione dell'azienda. Prima i problemi con l'amministrazione comunale, per un credito di 500 mila euro per un esproprio ancora in essere. Poi una controversa sentenza del Consiglio di Stato su una richiesta di risarcimento danni da oltre 10 milioni di euro presentata dalla stessa Fermet contro il Consorzio della Zona industriale apuana. Una storia che risale al 2001 quando l’ente assegna l’area della ex Farmoplant, senza bando, a un gruppo di imprese guidate dal fratello di Alberto, Emanuele, patron della Ecoacciai e vecchio esponente del Pd locale. Un'area però che anche la Fermet chiedeva da tempo. Il Consiglio di Stato respinge la domanda di risarcimento (siamo nel 2012), nonostante nel 2010 la Cassazione si fosse già pronunciata per annullare la delibera del Consorzio. «Nella sentenza il Consiglio di Stato – spiega Ricciardi – sostiene che non ne avevo diritto perché quell'area era industriale e la mia azienda era solo commerciale. Ma non è assolutamente vero, la mia azienda è sia commerciale sia industriale». Una storia complessa, quella della Fermet, anche un po' strana, in cui a rimetterci sono stati i 70 dipendenti con le relative famiglie. «In tutto questo la politica tace- continua Ricciardi – Avete mai sentito l'amministrazione comunale prendere parola sulla vicenda di questa azienda? Si parla tanto di Eaton e delle altre vertenze; e questi operai sono di serie b? Lo stesso governatore Rossi: io l'ho chiamato più volte per interessarsi a questa storia. Lui, che è sempre molto attento alle tematiche del lavoro, non si è mai fatto sentire sulla Fermet. Lo sapete cosa ho pagato? - conclude – Ho pagato la libertà. Io sono un imprenditore libero dalle logiche di partito e clientelari».
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