Il Tirreno

Isis, controlli in carcere a Massa a caccia di fiancheggiatori

Isis, controlli in carcere a Massa a caccia di fiancheggiatori

Polizia e carabinieri stanno analizzando le mosse del tunisino indagato a Brescia Chi frequentava quando viveva in città? Aveva convinto altri ad andare in Siria?

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MASSA. Anche nella casa circondariale di via Pellegrini, come in tutte le carceri italiane, si stanno facendo dei controlli per verificare che nelle celle non ci siano focolai di fondamentalismo islamico. L’ordine di Roma è di rovistare un po’ ovunque nelle aree frequentate dai detenuti nordafricani. È questo un altro tassello dell’indagine anti terrorismo che le forze dell’ordine stanno conducendo nella provincia apuana. E che vede come siti più a rischio, non di attentati ma di presenza di possibili fiancheggiatori del califfato, la stazione, i call center e gli Internet point e le moschee di Turano e Pontremoli. Insomma, un’operazione in grande stile e soprattutto ramificata, che vede (anzi non vede) all’opera personale specializzato che agisce in borghese e dando nell’occhio il meno possibile.

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Ma perché tutta questa preoccupazione? Il segnale inquietante risale a marzo scorso, quando un giovane tunisino che abitava a Massa finì nel mirino della procura di Brescia. L’operazione, che portò all’arresto di tre persone, si chiamava (e si chiama, visto che non è ancora conclusa) Balkan connection. Il nordafricano che viveva ai piedi delle Apuane aveva sposato la causa dell’Isis ed era pronto a trasferirsi in Siria per l’addestramento. Voleva combattere, come diceva a chi lo aveva agganciato in rete. Quello che non è stato ancora chiarito, però, è se il ragazzo avesse dei contatti anche a Massa e dintorni. Se faceva proselitismo porta a porta nella comunità musulmana e soprattutto se frequentava assiduamente le moschee. Aspetti che in questi mesi, ma soprattutto in questi giorni, sono diventati una priorità per gli inquirenti locali. Il quesito a cui dare una risposta a stretto giro di posta è semplice: ci sono altre persone come quel tunisino nel nostro territorio? Secondo diversi messaggi intercettati nella rete la risposta è sì. Il punto però è verificare quanto serie siano queste minacce, che esistono e nessuno vuole sottovalutare. Soprattutto dopo quello che sta capitando a Parigi. Non perché la provincia apuana sia un obiettivo di possibili attentati, ma perché qui potrebbero nascondersi dei potenziali kamikaze. Mica un’assurdità, dato che il nordafricano stanato dalla procura di Brescia voleva fare quello.

Occhi aperti, quindi. Stazione, call center e moschee sono i luoghi “attenzionati” da polizia e carabinieri. Il resto è intelligence, fatta davanti a un computer ma soprattutto indagando nell’ombra. Quel lavoro oscuro che non più tardi di qualche giorno fa il ministro Alfano ha lodato in televisione.

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