Il Tirreno

«Non è stato il caso a uccidere i miei cari il perito si sbaglia»

di Danilo D’Anna
«Non è stato il caso a uccidere i miei cari il perito si sbaglia»

Parla Antonio Guadagnucci, padre e marito delle vittime della frana di Lavacchio, alla vigilia della sentenza

5 MINUTI DI LETTURA





MASSA. «Non può finire così dopo cinque anni, non possono dirmi che Nara e Mattia sono morti per una fatalità, per una bomba d’acqua che cade una volta ogni 234 anni. Perché non è così, a Lavacchio chi doveva fare manutenzione non l’ha fatta. Chi doveva garantire l’incolumità della mia e delle altre famiglie, che si sono fidate dei permessi dei tecnici e hanno costruito la loro casa lassù, si è voltato dall’altra parte. E devono pagare per questo, altrimenti dopo avermi asfaltato la notte del 31 ottobre mi seppelliranno». Antonio Guadagnucci, marito e padre della donna e del bimbo sepolti da una valanga di fango mentre erano nel lettone abbracciati, non ci sta. E alla vigilia della sentenza del giudice Giovanni Sgambati attacca quanto detto l’altro giorno dal geologo, Giovanni Gabriele, nominato dal tribunale per fare chiarezza su quella frana. Il perito in pratica ha detto che a uccidere la famiglia Guadagnucci è stata una fatalità, non errori progettuali o manutentivi del graticcio che doveva ancorare la montagna.

Venerdì pomeriggio è tornato a Lavacchio. In cinque anni Antonio lassù ci è tornato due volte, la prima la scorsa estate. Venerdì però non voleva ricordare i suoi defunti, voleva capire se quello che pensa lui è tutta una suggestione oppure è la verità. Ha scattato foto ai tombini, alle griglie di scolo e ha dato un’occhiata ai nuovi lavori fatti fare dalla Provincia dopo la tragedia. E ha girato un video, scoprendo tubi che convogliano le acque lontano da quella che una volta era casa sua. Quel filmato lo ha dato ai suoi avvocati che lo faranno valere in sede di arringa domani mattina e lo ha dato anche al Tirreno per mostrarlo a tutti e urlare la sua rabbia. Per dare forza a quella frase che da quando il perito gli ha spento le certezze ripete come un mantra: «Non può finire così».

In aula lei e sua figlia non avete detto nulla, ma scuotevate la testa. Non siete d’accordo con il perito del tribunale?

«Come posso essere d’accordo? Dopo cinque anni mi dicono che Nara e Mattia mi sono stati strappati dal fato, non dalla negligenza di chi doveva fare in modo che quella valanga di fango non si staccasse. Se quel geologo ha ragione allora sono io il colpevole, perché io li ho portati a vivere lassù. Non scherziamo, vi prego, perché la nostra è una tragedia senza fine. Non vorrei che si aggiungesse anche la beffa, lo scherno. Hanno testimoniato tutti quelli che abitano a Lavacchio, in quei giorni erano venute giù frane e si erano staccati rami dagli alberi. La strada era un macello, le canaline di scolo erano intasate, così come i tombini. Se fosse venuto qualcuno della Provincia a pulire tutto si sarebbe potuto evitare, non lo hanno fatto. È colpa loro, che c’entra l’evento eccezionale?».

Il consulente è stato nominato dal giudice, non dalle parti. Secondo quanto ha detto, quella notte è venuta giù tanta pioggia. Una bomba d’acqua che per i modelli matematici si ripete ogni 234 anni, perché non può essere stata una fatalità?

«Perché lassù quella domenica c’ero io e c’erano le altre persone di Lavacchio. La bomba d’acqua è venuta dopo, gli oltre duecento millimetri di pioggia il consulente li calcola in tutto l’arco della giornata, ma la frana che ha ucciso mia moglie e mio figlio si è staccata prima delle undici di sera. E le canalette respingevano l’acqua da giorni perché erano intasate».

Quella domenica nessuno vi ha detto che c’era pericolo?

«Nessuno, non si è visto nessuno. Non sono venuti a controllare, avevamo segnalato che la strada stava venendo giù, eppure pioveva ininterrottamente. Ecco questo voglio dire: è piovuto tutto il giorno, con picchi intensi. Ma prima della frana non c’è stata la bomba d’acqua che dice il geologo».

Se il giudice dovesse assolvere tutti quale sarebbe il suo sentimento?

«Spero che non accada, mi auguro che giudichi da uomo, da marito e da padre. Per me sarebbe una mazzata, una sconfitta per la mia famiglia e uno smacco per chi ancora abita a Lavacchio. Perché vorrebbe dire che quelle case lassù non sono sicure, che basta un’altra fatalità per piangere altri morti. Invece hanno fatto dei lavori, loro stessi mettendo le mani su quel versante hanno ammesso di avere sbagliato. Io voglio pensare che il tribunale di Massa faccia giustizia, anche se fino a lunedì (leggi domani) non sarò tranquillo, sto vivendo una tensione incredibile questo momento. Lo aspetto da cinque anni, l’ho promesso a chi non è più con me e a chi mi è rimasto. Non posso pensare a un’assoluzione, davvero non ci posso pensare. Ed è per questo che ho deciso di parlare, anche per dire una cosa che mi ha ferito».

Prego...

«Non mi sono piaciuti gli atteggiamenti di alcuni avvocati degli imputati. In particolare uno, a cui ho visto fare delle smorfie compiaciute alle parole del geologo: sarà marito, sarà padre. Ecco quello che ho provato io non lo auguro a nessuno e non lo rinfaccio a nessuno. Pretendo rispetto però per la mia tragedia, tutto qui».

L'ultima volta che ci eravamo sentiti, un anno fa, aveva detto che non era ancora riuscito ad andare al cimitero da Nara e Mattia. Continua questo momento?

«No, ci sono andato questa estate al cimitero. Ci sono stato poco, ma la tomba di mia moglie e mio figlio l’ho vista. Sono sensazioni che tengo per me, è stato difficile però. Davvero difficile. E sono stato anche a Lavaccchio, sono rientrato in quella casa che adoravo e che adesso odio. Ci sono tornato anche dopo aver sentito quel consulente, per rivedere quei tombini e quella montagna che lui dice essere caduta per caso. È un esperto, io questo non lo metto in dubbio, però la sua ricostruzione ci lascia perplessi. La Provincia negli anni Novanta aveva risarcito mia nonna per una frana che le aveva danneggiato. E si era assunta la responsabilità. Adesso non stiamo parlando di muri e di mobili, ma di persone. Di una donna che era la mia vita e un bambino di due anni. Non si può dire, dopo cinque anni, che non è colpa di nessuno. Non possono ucciderli un’altra volta, non possono sotterrare il mio desiderio di avere giustizia».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa