Il dolore
Crisi della Carrarese: specchio di una città indifferente allo sfacelo
La Carrarese come il Politeama, come il Marble Hotel, come l’ex Mediterraneo? O se volete proseguire nella via Crucis di una città martoriata da cantieri infiniti e da carrozzoni che la opprimono,...
La Carrarese come il Politeama, come il Marble Hotel, come l’ex Mediterraneo? O se volete proseguire nella via Crucis di una città martoriata da cantieri infiniti e da carrozzoni che la opprimono, come gli Animosi, la Caravella, la ex Fornace, la Padula... O Gaia. O la Progetto Carrara, che è nata come società strumentale e sopravvive e lotta contro di noi in attesa di fantomatici progetti di fusione. O Apuafarma, caricata a dismisura di compiti e dipendenti. Forse, per capire la crisi annunciata della Carrarese bisogna partire dalla crisi della città, che sta per perdere nell’ordine l’ospedale, l’Asl, la Camera di Commercio e prima o poi toccherà anche all’Inps e all’Autorità portuale, forse l’Assindustria.
La rappresentazione plastica di Carrara che lo speechwriter degli Agnelli Enrico Nori ci ha lasciato in eredità, “Accampamento di minatori maltenuto” (e ormai senza più neppure un cinema, con chiusure quotidiane di esercizi commerciali storici), è nei fatti, soprattutto perché chi potrebbe, e a nostro avviso dovrebbe (ma certo non si può obbligare nessuno controvoglia), farsi carico non solo della Carrarese, ma anche di garantire un decoro degno di questo nome al territorio carrarese, ovvero gli industriali del marmo, si disinteressano praticamente in toto di tutto ciò che avviene dal ponte di ferro al monumento al Buscaiol (salvo che delle loro aziende, quelle poche che ancora ci sono), e in città evitano anche di comprare un paio di scarpe. Si disinteressano di Carrara, figuriamoci della Carrarese: ma non solo loro, anche la stragrande maggioranza dei nostri concittadini, che non vanno allo stadio e, per imitazione dei loro concittadini più ricchi, preferiscono lo shopping a Massa o a Sarzana (i supervip lo fanno a Montecarlo o a Londra, ovviamente). E anziché indignarsi - tranne poche e lodevoli eccezioni - per lo scempio circostante, ingoiano, esausti, assuefatti. Un lungo preambolo per dire che chi pensa di trovare per la Carrarese un appoggio nel tessuto economico della città è un illuso: Antonio Ponte lanciò il “club del giovedì”, pensando di radunare imprenditori e investitori. Rimase solo, lui come tutti gli altri. Solo Giulio Conti, più di trent’anni fa, riuscì a coagulare per qualche anno un buon gruppo di industriali. Ma erano i ruggenti Anni Ottanta in cui ancora Carrara sosteneva la sua fiera e la sua squadra. Altri tempi. Adesso l’unica speranza di evitare una fine ingloriosa è sperare che Gigi Buffon faccia l’ennesimo atto di generosità e, da oggi, cerchi qualcuno disposto davvero a rilevare a fine stagione una società sana, con impianti sportivi e un pubblico potenziale simile a tante società che veleggiano in serie B. Ma oltre all’asta dei blocchi, sarà difficile avere di più da quella dozzina di famiglie milionarie di Carrara. A meno di un miracolo... Tartaglia? Meglio non parlarne: è stato un errore, speriamo che non diventi irrimediabile. L’unico cavaliere bianco che può salvare gli azzurri oggi è Buffon. A cui davvero gli sportivi dovrebbero fare un monumento.
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