Il Tirreno

la sentenza

«L’ergastolo era la pena più appropriata»

di Danilo Danna

Il procuratore capo però non critica i giudici: «Forse la loro valutazione è più giusta della mia, ma potremo impugnare»

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MASSA. «La sentenza un pizzico di perplessità ce lo lascia. Si tratta di un duplice omicidio determinato da cose particolari e se non si è trasformato in un delitto plurimo è soltanto perché una terza persona raggiunta dalle coltellate è stata fortunata. Una questione di centimetri, anzi di millimetri. L’autore, Andrea Mazzi, ci ha messo tutto l’impegno per realizzare quello che è successo e per questo dico che forse un ergastolo sarebbe stato più appropriato. Ma dico anche che il tribunale è lì per quello, per giudicare. Dobbiamo leggere le motivazioni e forse anche noi alla fine riterremo giusti quei trenta anni, anche se in questo momento la procura è orientata a impugnare la sentenza. La mia, come quella del pubblico ministero che ha condotto le indagini, la collega Rossella Soffio, però è una valutazione fatta a caldo. Anche la giuria ha espresso la sua di valutazione, vedremo chi avrà visto giusto».

A parlare, all’indomani della condanna di Andrea Mazzi, è il procuratore capo Aldo Giubilaro. Nessuna polemica, però, anche perché il lavoro del sostituto Soffio è stato avallato dal collegio che ha espresso il suo parere dopo un’ora e mezza di camera di consiglio: «È sempre un grosso dispiacere parlare di queste cose - aggiunge Giubilaro - perché stiamo discutendo di una tragedia che colpisce un po’ tutti. Prima ci sono quelle due giovani vite spezzate, ragazzi che non torneranno più tra noi e che sono stati strappati ai loro cari; poi però c’è anche chi si è messo nelle condizioni di subire un processo. Insomma, una situazione drammatica come testimonia anche quello che è successo in aula praticamente in ogni udienza. Detto questo devo dire che c’è soddisfazione per come è stato valutato il lavoro dei nostri uffici, merito della dottoressa Soffio che ha seguito da sola questa vicenda. Ma proprio per questo un ergastolo mi sarebbe sembrato una pena più consona, ma ripeto noi facciamo un lavoro e il tribunale deve giudicarlo. Leggiamo le motivazioni e se non ci convinceranno impugneremo la sentenza. Ma al momento non ho elementi per dire che lo faremo certamente, magari i giudici togati e quelli popolari hanno visto meglio di noi».

In tutto questo resta l’amarezza delle famiglie di Andrea Fruzzetti ed Enrico Baria, che hanno lasciato l’aula - dopo la lettura della sentenza - in lacrime per quella che hanno definito un’ingiustizia e «una vergogna». Del resto dalle arringhe degli avvocati di parte civile si era capito che lo scopo della loro presenza non era quello del risarcimento, ma della giusta condanna per l’autore di quel duplice delitto. Soprattutto le mamme di Andrea ed Enrico lo hanno detto alzando la voce che quello seduto sul banco degli imputati era un assassino che non doveva più uscire dal carcere. Da qui i battibecchi con i parenti di chi rischiava una fine pena mai. Invece facendo due conti Mazzi dovrebbe uscire, almeno in permesso, entro cinque o al massimo sei anni. Ed è qui che si delinea la vittoria della linea difensiva degli avvocati Enzo Frediani ed Elena Tongiani. Sono riusciti a ottenere quelle attenuanti che hanno evitato il carcere a vita al loro assistito e che aprono le porte a un appello, a Genova, che potrebbe far diminuire ancor di più gli anni di detenzione. E pensare che qualcuno li aveva criticati per non aver scelto il rito abbreviato davanti al gup. In quel caso, però, il rischio era che il giudice condonasse solo l’isolamento diurno.

 

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