Toscana
«Ecco come sono riuscito a liberarmi»
La commozione di Giovanni Sarti: sentivo Tarcisio gridare disperato
MASSA. Gli trema la voce, fatica ad articolare le parole. Strano per chi, come lui, la voce la governa e modula: Giovanni Sarti ha la grande passione dell’imitazione. Ha partecipato anche alla trasmissione “Colorado”.
Ma, steso su una barella, il corpo nascosto sotto il lenzuolo verde, non riesce ad imporre alla voce di rimanere ferma. Ha ancora paura, è sotto choc per l'incidente avvenuto al cantiere sul Cocombola ma si fa coraggio e racconta. È in uno degli ambulatori di ortopedia, all’ospedale di Carrara, i medici del pronto soccorso hanno deciso di sottoporlo ad una serie di accertamenti perché ha forti dolori alla schiena, alla caviglia. Il sangue sul volto, il cerotto al sopracciglio, ripercorre i momenti in cui si è liberato dalle macerie: «Stavamo lavorando, dovevamo armare il muro e fare la gettata, stavamo togliendo le tavole. La ruspa lavorava più in là, noi non eravamo sui mezzi pesanti».
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Poi il boato e Giovanni Sarti, 44 anni, di Villafranca, si ritrova prigioniero: «Ero tutto quanto sotto un cumulo di terra, dalla testa ai piedi, ma riuscivo a muovere il capo, lo oscillavo lentamente da destra a sinistra. Mi sono reso conto che respiravo». Prende aria e realizza: «Sentivo Tarciso, che mentre lavoravamo era vicino a me, sentivo che gridava, chiedeva aiuto. Era chiaro che fosse prigioniero, come lo ero io».
Fatica ad andare avanti, lo fermano l’emozione, i dolori e la paura che non riesce ancora, a poche ore dall’incidente, a scrollarsi di dosso: servirà tempo. Poi si fa forza e racconta di come si è liberato: «Mi sono reso conto che avrei potuto farcela, che potevo muovere il corpo. Cercavo di divincolarmi, ma qualcosa mi bloccava, mi ancorava, la caviglia era incastrata».
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Giovanni Sarti si rianima e - esperienza accumulata nel lavoro - capisce che basta far leva sul pezzo che imprigiona la caviglia per liberarsi: «Ho chiesti disperatamente che da una fessura tra le macerie mi passassero un leverino». Un attrezzo piccolo e sottile, una leva da carpentiere: «Me l’hanno dato e sono riuscito ad allungarmi e a spostare il sasso che bloccava la caviglia. Piano piano mi sono mosso e sollevato». L’energia della reazione. Adesso, invece, Giovanni è provato, ha impresse nella mente le grida di Tarcisio, ha paura. Ma si dà coraggio e lo fa tornando a governare le sue corde vocali e concede due battute con intonazione e voce del Cavalier Berlusconi: entra l’infermiera, sorride e lo informa che gli accertamenti in ortopedia sono terminati. E mentre si allontana, quasi nascosto sotto il lenzuolo, sintetizza tutto in una frase: «Oggi ho visto la morte in faccia».
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