Gioco
«Quando i nazisti occuparono Forno»
13 giugno 1944: i drammatici ricordi di Adriano Tonarelli
MASSA CARRARA. Quando senti che un luogo ti appartiene, che è parte di te, niente potrà strappartelo via. Quel piccolo posto nel mondo, anche se sconvolto dalla guerra, dalla violenza e dalle privazioni, rimarrà per sempre il tuo piccolo posto nel mondo.
Ecco, il luogo di Adriano Tonarelli era scritto nel destino, prima ancora che la guerra arrivasse, per lui nato e cresciuto a Forno, quel posto dell'anima che appartiene a ognuno di noi ha i contorni di un paesino incastonato tra le montagne di Massa, costruito in altezza, arroccato sulla roccia tra il rumore dell'acqua.
«A quattordici anni la sveglia era alle tre – racconta Adriano Tonarelli scampato alla strage di Forno del 13 giugno 1944 – lavoravo in cava al Sagro. Eravamo in cinque fratelli, quattro maschi e una femmina, io ero il più grande».
É piccolo Adriano, minuto, con una voce schietta e gli occhi gentili, e così è rimasto così tutta la vita, anche oggi, ad ottantacinque anni, sembra avere lo spirito di quel ragazzino che nel giugno del '44 vide entrare le camionette dei soldati nazisti nel suo paese.
«Era già da qualche tempo che le cose sembravano cambiate, non so...diverse. Ricordo che una mattina andai a prendere l'acqua da portare su alla cava, nel percorso incontrai degli uomini che non avevo mai visto, mi chiesero di Arnaldo Pegollo – combattente partigiano insignito della medaglia d'oro al valor militare – volevano vederlo, parlarci...allora capii che erano partigiani».
C'era movimento a Forno in quei giorni, giù i bombardamenti che continuavano a devastare la città, sopra Massa l'esodo dei civili, famiglie, bambini, madri, che continuavano a salire nei paesi alla ricerca di una qualche sicurezza.
E sopra le montagne i partigiani, le montagne erano un simbolo, erano la resistenza di fronte all'ondata nazifascista. «I giorni passavano così, senza sapere molto di quello che accadeva veramente – racconta Adriano. Poi il 9 giugno ero a tagliare il fieno, venne a chiamarmi un amico di mio nonno, disse che i partigiani erano scesi in paese. Allora tornai verso casa..lì sul ponte incontrai un ragazzo che poi avrebbero ammazzato...non so come si chiamava...il 13 era morto proprio lì all'inizio del paese...quando sono passato giù...(in un attimo la voce si rompe e gli occhi di Adriano si riempiono di lacrime, poi si ferma, respira, riflette e riparte)...poveretto».
Se le ricorda bene le camionette Adriano, quelle camionette che entrarono in paese seguite dagli spari: «Il 13 giugno ero alla finestra perché sentivo urlare e bussare alle porte, i soldati ci fecero uscire tutti, tutti in fila verso l'inizio del paese. Eravamo troppi, tutti lì fermi ammutoliti, tutti ad ascoltare a guardarci in giro per capire cosa succedeva. Ci hanno messo in fila – continua Adriano – a me è toccato andare di là dal fiume sulla via del cimitero...sotto il fiume ricordo che c'erano alcuni uomini nascosti in delle voltole. Altri ragazzi sono stati ammazzati, altri li presero sulle camionette e li portarono via. La mattina sono corso a casa, in paese c'era fumo dappertutto, avevano bruciato delle case, presi anche io dei secchi d'acqua ma ormai non c'era più nulla da fare, era venuto giù tutto. Avevamo fame...mi ricordo la gente che urlava, le donne spostavano i morti e urlavano...dicevano i nomi, a chi apparteneva il corpo...io avevo fame...mi sono fermato nei campi trovai delle ciliege...e vedevo le donne con i morti...e così...quel giorno passo così».
I giorni passarono, e il racconto di Adriano continua tra la Garfagnana e Forno, un viaggio a piedi con il padre alla ricerca di cibo.
«Meno male che c'era il castagnaccio, noi ragazzi ci si arrangiava, un po' di ceci, verdure e erbe. Anche tra famiglie non ci si poteva aiutare perché non c'era nulla...come si faceva..tutti avevano bisogno...la guerra è brutta perché non sai come salvarti...non sai con chi parlare, non sai niente...anche la fame è brutta».
Poi la fame è passata, i tempi sono passati, e ad una vita interrotta ne ricomincia un'altra, perché è piccolo Adriano, minuto, ma è forte, granitico, solo come un vero fornese sa essere.
Così ricomincia il lavoro in cava, lizzatore poi tecchiaiolo, poi alla Bario come operaio per venticinque anni. Quel suo piccolo luogo Adriano non l'ha mai abbandonato, neanche quando nel 1969 si è trasferito a Villaggio San Leonardo giù a Marina, perché appena può torna là, in quel piccolo paese incastonato tra le montagne, che nessuno potrà mai strappargli via.
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