Il Tirreno

La lite costituzionale non pesa sulle ispezioni

La lite costituzionale non pesa sulle ispezioni

L’esito del ricorso sui “beni estimati” e la titolarità delle concessioni non intacca le nuove regole

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FIRENZE. Sulla legge regionale delle cave pende ancora il ricorso della Consulta. Il governo, infatti, non digerisce la decisione della Toscana di eliminare le cave private e di passare al patrimonio quelle definite “beni estimati” in virtù di un editto settecentesco.

Tuttavia, la questione pendente davanti alla Consulta non dovrebbe avere alcuna conseguenza sul regolamento di attuazione della legge, perché dà gambe all’articolo 5 e agli articolo 50 e 51. Al contrario, il governo contesta davanti alla Corte Costituzionale la validità dell’articolo 32 comma 2. Secondo il Consiglio dei ministri questa disposizione contrasterebbe con le disposizioni costituzionali che regolano la materia di “ordinamento civile”, sottoponendo le cave private (in quanto “beni estimati) «a concessione amministrativa temporanea ed onerosa da parte del Comune».

La questione dei “beni estimati” nasce con l’editto emanato il 1° febbraio 1751 da Maria Teresa Cybo Malaspina, duchessa di Massa e principessa di Carrara. Con questo documento, sostengono gli industriali del marmo, la duchessa avrebbe concesso il pieno diritto della proprietà delle cave ai loro coltivatori. Ma- è questa la domanda di fondo - aveva la duchessa il potere di assegnare in proprietà gli agri marmiferi? Secondo la Regione, le cave appartengono al patrimo nio “indisponibile” e quindi non cedibile dei Comuni: perciò nella legge 35 del 2015 ha specificato che non devono più esistere cave private. Ma la questione è ancora tutta da definire.

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