Il Tirreno

Addio a Piero Cerù, campione del popolo

di Alessandra Vivoli
Addio a Piero Cerù, campione del popolo

In 17.000 lo incitarono nella sfida ai Marmi: «Ceru' butl zu'»

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CARRARA. Chissà quante volte avrà ripensato a quel match. La sfida delle sfide in uno stadio dei Marmi pieno all'inverosimile per il campionato italiano contro Romano Fanali.

La sfida delle sfide che lo ha incoronato campione del popolo. Migliaia di carrarini lo incitavano all'urlo di "Ceru' butl zu'" e “Cerù smorza i fanali”. Un ricorso che lo ha accompagnato per anni. Un titolo nazionale difeso da Cerù per ben 13 volte e, per poco, non bissato da quel titolo europeo che sfiorò a Parigi.

Erano i primi anni Settanta e Piero Cerù, con i suoi guantoni consumati, ha portato il nome di Carrara in tutto il mondo.

Proprio con quei guantoni e con la tuta da pugile («perché - dicono le figlie - la giacca e la cravatta non se la metteva nemmeno da vivo») domani verrà sepolto nel cimitero di Turigliano. Il rito funebre verrà celebrato alle 15 nella chiesa di San Pietro a Avenza. I familiari chiedono non fiori ma offerte: «perché i fiori a Cerù non piacevano, nemmeno quando era vivo».

Pierò Cerù si è spento a 73 anni dopo una lunga malattia. Un male che lo ha minato nel fisco, costringendolo negli ultimi due anni a vivere praticamente inchiodato in un letto, circondato dall’affetto della moglie, Mirella Bedini e delle figlie, Jolanda e Cinzia. E da pochi, anzi pochissimi amici: «La città si è dimenticata di lui - dice la figlia Cinzia - negli anni scorsi abbiamo cercato a lungo qualche volontario che venisse a parlare con lui, a ricordare insieme a nostro padre, i suoi anni da campione. Non si è mai presentato nessuno. Adesso chissà in quanti lo piangeranno».

Piero Cerù se n’è andato in silenzio. Dimenticato dai più. Lontano dagli allori. Lontano da quell’abbraccio del pubblico che tanti anni fa lo aveva consacrato campione d’Italia.

La carriera da sportivo di Cerù è cominciata presto: prima il lavoro di fornaio, poi gli allenamenti in palestra. Era entrato nella categoria dei superleggeri. Il suo score ha fatto sognare mezza Carrara: ha disputato 66 incontri, ne ha vinti 32 (12 per Ko), pareggiati sette. Si era ritirato dal ring il 18 agosto del 1978.

A 34 anni nel '76 Cerù entrò a Nca, dove rimase fino al 2003 come operaio. Agli amici e ai colleghi raccontava che aveva iniziato a tirar pugni a 19 anni sotto la guida di Marino Bernardini e Silvano Belletti, nella categoria superleggeri. «I risultati più notevoli nella mia carriera pugilistica - ricordava Cerù agli amici - furono, tra il 1972 e il 1973, i match contro l'allora campione italiano superleggeri Romano Fanali. Lo affrontai in ben tre occasioni, nel primo incontro conquistai per la prima volta il titolo, nel secondo fui sconfitto e nel terzo finalmente lo sconfissi in modo definitivo. Si trattò di un incontro memorabile, la tv e i gornali seguirono con grande attenzione l'evento, a vederci combattere vennero 17.000 persone». Un altro match molto importante per Piero Cerù fu quello che nel 1975 lo vide contrapposto allo spagnolo Perico Fernadez per il titolo di campione europeo. Fernandez aveva allora 22 anni e riuscì purtroppo ad avere la meglio su Cerù che era di 13 anni più vecchio.

Una vita, quella da pugile, coronata da tanti successi. Poi per Piero Cerù era cominciato il lavoro, al cantiere e anche quello, saltuario, in qualche pizzeria come addetto al forno, un mestiere che aveva cominciato in panificio, da ragazzino.

Poi, dopo la pensione, erano cominciati gli anni più difficili, quelli con sempre meno amici, sempre meno persone a cui raccontare la propria storia.

«Avevamo fatto anche un sito su facebook, una pagina intitolata al grande pugile Piero Cerù- dice la figlia Cinzia - ma si è presentata solo una signora a trovarlo. Da due anni a questa parte non si vedeva quasi più nessuno. Per lui che amava parlare, e quando parlava di boxe, dei suoi combattimenti, e gli brillavano gli occhi, è stata dura».

Piero Cerù se ne è andato in punta di piedi. Proprio come ha vissuto in questi ultimi anni, L’abbraccio della città di quei diciassettemila che lo avevano osannato più quaranta anni fa, forse era soltanto un ricordo sbiadito. E lontanissimo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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