Il Tirreno

C'è chi dice No

Comitati e proteste: il "contro in testa" degli apuani

Massa, la protesta in consiglio contro il cemento nei quartieri
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Massa, la protesta in consiglio contro il cemento nei quartieri

Da Carrara a Massa si moltiplicano le contestazioni al palazzo fra voglia di democrazia diretta, interessi privati e sfiducia

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MASSA CARRARA. Comitati che nascono come i funghi, cittadini in consiglio comunale che ne gridano di tutti i colori a sindaco e assessori. Fiaccolate e cortei per strada contro il cemento, per la sicurezza, contro l’ampliamento del porto, in difesa della sanità, per dire no a questo e quello. E petizioni, assemblee di quartiere, raccolte di firme, volantini, manifesti. Senza dimenticare le manifestazioni contro le iniziative dell’estrema destra organizzate quasi come un rituale dai giovani dell’ultrasinistra e antifascista. C’è, a Massa e a Carrara, una gran voglia di scendere in piazza, di farsi ascoltare. Si coglie un’esigenza collettiva di dire la propria, su scelte e progetti della città che altrove appare molto meno sentita.

Ma da dove nasce questo bisogno di “democrazia diretta”, perchè sono così forti e insistenti le voci dal basso che gridano contro il palazzo?
Forse, dipende dal fatto che i carrarini, e un po’ anche i massesi, hanno il “contro in testa”. Non li pieghi, non li convinci. Cosa significa avere il contro il testa lo spiega così Marco Rovelli, musicista e scrittore massese nella sua autobiografia generazionale nelle terre apuane che ha intitolato, non a caso “Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia” (Laterza 2012): "Per spaccare il marmo devi capire qual è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece provi a tagliarlo diciamo al contrario, se vai contro il verso, non ci riesci: non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro. Ecco, i carrarini hanno il contro in testa, sono duri, resistono, e non c’è verso di scalfirli. Non c’è il verso, proprio.”


Non è tuttavia soltanto questione di carattere. L’esplosione dei comitati e delle proteste cittadine è – è evidente – una conseguenza del profondo scollamento tra la politica e “gente”. Quel che è successo nel novembre scorso, dopo la disastrosa alluvione di Marina di Carrara – i riots in municipio, le contestazioni violente, la nascita dell’Assemblea permanente che per mesi ha occupato palazzo civico – ne è l’esempio più forte e clamoroso. Un episodio inedito nella storia locale, per il contenuto di sfiducia e rabbia verso gli amministratori – che andrebbe analizzato e compreso a fondo. Cosa che la politica locale neanche ha provato a fare: si è chiusa a riccio in attesa che “passasse la nottata” per poi continuare come prima.


Il fatto, però, è che il fenomeno ha contagiato anche Massa. In questi mesi si sono moltiplicati comitati di quartiere contro le previsioni del Regolamento urbanistico. Cinque ne sono nati in poco tempo, movimenti che stanno mettendo sulla graticola il sindaco Alessandro Volpi. Il quale ha (aveva) trovato nella partecipazione, nel dialogo con la società civile e l’associazionismo la sua cifra politica e buona parte del consenso elettorale che lo ha portato alla guida del municipio. Ora, in una specie di contrappasso, si trova contestato da spezzoni consistenti di quella società civile.


Anche questi comitati devono essere analizzati da vicino. In essi si sommano interessi particolari e generali: no a nuovi palazzi nel quartiere, no alla strada che stravolgerebbe l’assetto e creerebbe problemi invece che vantaggi; no a norme urbanistiche che sono un danno potenziale alla mia casa, alla mia proprietà.
C’è del Nimby in questi comitati (Not in my back yard, non nel mio cortile). Ovvero, per dirla in modo grezzo: se tu sindaco vuoi mettere un traliccio della telefonia sotto casa mia, salgo sulle barricate e non scendo finchè non cambi idea. Se poi il traliccio lo fai in un altro quartiere e ci metti pure vicino una centrale nucleare, a me non importa, non è a casa mia. Al fondo delle proteste, però ci sono anche ragionevoli istanze “democratiche”, così riassumibili: perchè non ci ascoltate, prima di prendere decisioni che ci riguardano?
Il giudizio di Marco Rovelli è severo, senza appello. «Storicamente c’è nelle nostre città un’ assenza di partecipazione. La distanza fra palazzo e gente è grande, la trasmissione di pacchetti di voti da padre in figlio, il controllo del voti per mantenere il potere, sono un dato storico di questa provincia. Non succede soltanto qui, è chiaro. Ma in questa terra non si è mai formato un ceto politico qualificato; storicamente siamo stati amministrati da un personale politico incolto che si occupa più di altri segmenti, diciamo, che dei problemi dei cittadini. Logico, poi, che nascano i comitati».


Prendiamo, prosegue Rovelli, il caso di Massa: «Volpi sembrava fosse portatore di una democrazia partecipativa che poteva essere un punto di svolta. Ma poi ha deviato da questo percorso e lui e l’intera sua maggioranza sono entrati in blocco nel Pd. Ha abbandonato l’idea di democrazia partecipativa e ora ne paga le conseguenze».
Quanto al “contro in testa”, alla vena anarchica degli apuani, Rovelli dice: «Lasciamo perdere, non la tirerei in ballo. Nell’assemblea permanente nata dopo l’alluvione a Carrara c’erano, è vero, semi libertari. E quell’assemblea è stata un’esperienza che ha avuto un momento alto di produzione di istanze di democrazia diretta. Ma non hanno trovato ascolto e sviluppo».


Intanto, i cittadini apuani continuano a mobilitarsi. Lo sfogatoio virtuale della rete – che qui come ovunque ribolle di proteste, contestazioni, recriminazioni e accuse – nonbasta più. Decine, centinaia di persone si ritrovano “in carne ed ossa” in piazza – erano in 700 alla fiaccolata anticemento ai Quercioli – o a gridare e a sudare nei consigli comunali. Smartphone e tablet li aiutano a organizzare contatti e iniziative, a postare foto, filmati e parole d’ordine. Ma la loro protesta è fisica, non solo digitale. E anche questo è un segnale.
 

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