Il Tirreno

I grillini a Rossi: «Si faccia chiarezza su cava Fornace»

di Manuela D’Angelo
I grillini a Rossi: «Si faccia chiarezza su cava Fornace»

Chiesto l’intervento della Regione sulle questioni ambientali e sulla gestione della discarica e del certificato antimafia

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MONTIGNOSO. Il caso cava Fornace, dai problemi di gestione della discarica, all’inserimento dei codici dei rifiuti, pericolosi o meno, fino alla certificazione antimafia e all’impianto di depurazione delle acque interne, arriva in regione Toscana, attraverso una interrogazione del Movimento 5 Stelle, molto dettagliata.

Tredici pagine, per fare il punto della situazione sulla discarica più famosa della provincia e non solo, non fosse altro perché fu scavata all’interno di un’area protetta, quella del lago di Porta, oasi ecologica del comune di Montignoso. Un elemento che fa di cava Fornace un unicum nel suo genere. L'interrogazione dei 5 stelle, che ha per oggetto “misure urgenti inerenti la discarica di ex cava Fornace di Montagnoso”, firmata dai consiglieri Giannarelli, Quartini Bianchi e Cantoni, chiede al presidente Enrico Rossi e alla sua Giunta di “escludere i rischi e le oggettive preoccupazioni per la pubblica salute ed incolumità, derivanti da una non appropriata gestione della discarica; tutelare l'ecosistema del lago di Porta e riportare alle condizioni di imparzialità, legalità e buon andamento la gestione della discarica di Montignoso”.

La storia di cava Fornace è lunga e complicata, parte nel 2000 quando viene data la prima autorizzazione al conferimento di specifiche tipologie di rifiuti: la marmettola, l’amianto, le terre e le rocce provenienti da siti bonificati, e le terre di dragaggio provenienti dalla pulizia di corsi d’acqua portuali. Per la popolazione, ambientalista e non, è uno scandalo a cielo aperto e iniziano così 16 anni di battaglie, di interventi dell’Arpat per controlli su segnalazioni, rettifiche, nuove convenzioni, eliminazione di codici, prescrizioni restrittive per tutta una serie di rifiuti. Intanto la battaglia si combatte anche a Lucca, perché il sito si trova al confine tra le due province, territorio che più volte cercherà di dire la sua, non autorizzando il conferimento dei rifiuti derivati dalla lavorazione del marmo, sostenendo che il sito fosse “non idoneo alla realizzazione di una discarica”.

Negli anni, la Provincia di Massa Carrara riclassifica i rifiuti che possono entrare a cava Fornace e si arriva, per un breve periodo in realtà, alla possibilità di conferire soltanto “rifiuti di natura minerale e inerti”. Un business di sicuro poco remunerativo.

La guerra dei codici va avanti fino ai giorni nostri: nel 2005 si dice “sì” a marmettola, terre e rocce, purché non provenienti da siti inquinati o bonificati e fanghi di dragaggio, ma non quelli provenienti dai porti. Poi arriva la Programma Ambiente e la sua contestatissima gestione di cava Fornace: nel 2006 la società chiede alla provincia apuana la variazione di categoria della discarica, da “discarica per inerti” a “discarica per rifiuti speciali non pericolosi”. La variante viene approvata, partono tutti gli interventi necessari alla riclassificazione, viene richiesta la Valutazione di impatto ambientale e nel 2007 l’iter è compiuto e si autorizza la Programma Ambiente al conferimento e smaltimento di rifiuti non pericolosi. Il Movimento 5 Stelle ripercorre passo passo tutto il procedimento e ricorda al presidente Rossi anche la nascita di un comitato di cittadini e l’organizzazione di una inchiesta pubblica ufficiale, “le cui conclusioni- scrive il M5S- non furono mai prese in considerazione dalle amministrazioni”. L’interrogazione si conclude citando anche l’ultimo tassello del caso cava Fornace: l’interdittiva antimafia della Procura di Massa Carrara alla Programma Ambiente, con successivo ricorso al Tar, ancora pendente e la recente diffida della Provincia.

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