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Eccesso di tumori mortali fra i 538 lavoratori

Eccesso di tumori mortali fra i 538 lavoratori

AVENZA. Nei giorni scorsi abbiamo riparlato degli inquietanti dati relativi ai tumori responsabili della morte di molti lavoratori della Rumianca, fabbrica che produceva diserbanti, insetticidi ed...

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AVENZA. Nei giorni scorsi abbiamo riparlato degli inquietanti dati relativi ai tumori responsabili della morte di molti lavoratori della Rumianca, fabbrica che produceva diserbanti, insetticidi ed elementi chimici di base Ma il nostro territorio ha dovuto pagare un ingente tributo di vite umane anche per i fumi della distillazione del carbone, volta a produrre coke metallurgico e da fonderia nei forni dell’Italiana Coke, operante dal 1936 al 1990. Anche queste morti, come quelle legate alla Rumianca, sono confermate da uno studio, pubblicato nel 1993 su “Medicina del lavoro” ed incentrato sulla mortalità dei dipendenti di sesso maschile dell’Italiana Coke dal 1960 al 1990.

L’analisi, condotta dall’Asl apuana, da quella fiorentina, dal Cnr di Pisa e pubblicata in inglese, registra tra 538 lavoratori dell’ex cokeria apuana (staff amministrativo e femmine escluse) un eccesso significativo di mortalità per tumore del polmone, con un tasso doppio rispetto alla media toscana (19 osservati contro 11.19 attesi) e nazionale (19 osservati contro 10.02 attesi).

Lo studio, inoltre, non evidenzia solo il tasso di incidenza del cancro ai polmoni, ma anche di tumori dello stomaco, del pancreas, del fegato, del sistema emolinfopoietico, sarcomi e leucemie. Queste neoplasie sono da ricondurre alle lavorazioni praticate nell’ex fabbrica avenzina, che distillava in appositi forni 1500 tonnellate giornaliere di carbon fossile e alla combustione del carbone, che produceva anidride carbonica, ossidi di zolfo e di azoto, cancerogeni tra i più micidiali. Per ogni tonnellata di carbon fossile distillato si producevano circa 140 kg di idrato di ammonio (acque ammoniacali). Una minima parte di questa ammoniaca veniva trattata con acido solforico per produrre solfato di ammonio, usato come fertilizzante. L’idrato d’ammonio rimanente, fino al 1976, veniva scaricato direttamente nel Lavello, inquinando poi le acque marine. Con l’entrata in vigore della legge Merli (319/76) le acque ammoniacali non vennero più scaricate in questo fosso, ma nella pioppeta esterna allo stabilimento, che costeggiava l’autostrada Sestri Levante-Livorno, provocando la morte di 1200 piante. Successivamente si scavarono fosse grandi e profonde dentro lo stabilimento, in terreno sabbioso, per favorire l’assorbimento ed il drenaggio delle acque ammoniacali verso strati più profondi e verso la falda, causando l’inquinamento di terreni ed acque sotterranee per un raggio di svariate centinaia di metri intorno alla fabbrica, come ha dimostrato a suo tempo un’indagine dell’Usl. Sempre dal carbon fossile si ricavavano anche discrete quantità di benzolo, sostanza tossica che, fino al 1965, veniva frazionata dentro la cokeria, per produrre toluolo e xilolo. Dopo il divieto di queste lavorazioni, il benzolo venne commercializzato greggio, come olio leggero, fino alla chiusura dell’impianto. L’inquinamento provocato dall’Italiana Coke costituiva un serio pericolo per l’intero territorio, perché quando le sostanze emesse dalle sue cimiere entravano nell’atmosfera e si combinavano con l’umidità, oltre a formare delle microparticelle, che si depositavano nei polmoni, creavano smog e piogge acide, distruggendo le foreste e modificando la flora e la fauna marine. Bruciando carbone si formavano anche gas trasparenti che trasportavano nell’aria mercurio sotto forma di vapore invisibile, il quale ricadeva poi a terra come gocce di pioggia. Nelle masse d’acqua questo elemento, che si trasformava chimicamente in metilmercurio solubile, veniva assorbito dalle alghe. Esso, diventando sempre più concentrato, contaminava l’intera catena alimentare, causando malattie nella popolazione che consumava molto pesce. La combustione del carbone produceva poi isotopi radioattivi naturali (radon), anche se ad un livello molto basso. Tali emissioni, come anche il mercurio, uscivano dalle ciminiere senza essere viste, perché incolori.

A preoccupare di più sono però altre sostanze cancerogene che si sviluppavano distillando carbone, come metalli pesanti tossici (arsenico, piombo, mobdileno, cadmio e rame), enormi quantitativi di polveri sottili (pm 2,5) e gas serra, responsabili del surriscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari. Inoltre, si producevano anche veleni come benzopirene, diossine, benzene e idrocarburi policiclici aromatici. Infine, tra i derivati della combustione del carbone vi erano nanocristalli di silice, che causavano silicosi.

(D.C.)

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