Il Tirreno

Lavoro nero, carabinieri a Tutti in Fiera

Lavoro nero, carabinieri a Tutti in Fiera

Dipendenti senza contratto, pagati cash e senza contributi: una ragazza “licenziata” svela il sommerso degli stand

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CARRARA. C’è del grigio dietro l’aria di festa della September, anzi del nero. Nero nel senso di irregolarità nel trattamento dei lavoratori dipendenti. Come emerge da un blitz dei carabinieri avvenuto la penultima sera della kermesse tra gli stand di Tutti In Fiera, il mercato commerciale che si svolge in parallelo alla SeptemberFest.

Succede questo. Negli stand della fiera lavorano come commessi o venditori decine di giovani. Quindici giorni di lavoro, dalle 18 a mezzanotte per un compenso attorno agli 800-900 euro (ma le cifre sono molto variabili): per molti di loro un modo per pagarsi le vacanze o gli studi, per avere un po’ di autonomia dalle famiglie. Ce ne fossero di occasioni così, dicono in tanti. A volte, però, le cose non vanno come dovrebbero. Alcuni dei commercianti – non tutti, certo – il loro personale lo assumono “in nero”, i contratti che stipulano, se li stipulano, sono perlomeno poco chiari, le retribuzioni ballerine. Lo sanno tutti, quelli che ci lavorano (“funziona così”, è la risposta classica). Pochi, lo denunciano.

Lo ha fatto, invece, una ventunenne di Marina, assunta all’inizio della fiera in uno stand che vende articoli per la casa e che si è vista “licenziare” dopo 8 giorni di lavoro. “C’è poca gente, si vende poco, da domani sei a casa”, le ha detto il datore di lavoro. Che l’ha poi liquidata: 400 euro, pagati cash, in contanti. Il che equivale a dire: in nero. E niente busta paga E il contratto? Invisibile, forse inesistente. La ragazza, a una delle sue prime esperienze lavorative, ha inzialmente accettato. Poi, ci ha ripensato: no, non è giusto essere pagati così, il lavoro anche se precario, pur se dura pochi giorni, deve essere in regola, si è detta. Anche perchè, un paio di giorni dopo, ha visto allo stesso stand un’altra giovane lavorare al suo posto. Così, con coraggio, ha deciso di vederci chiaro. Ed è andata a parlare con il suo ex principale. Lo ha fatto, però, accompagnata da un carabiniere, il quale ha potuto così seguire un istruttivo faccia a faccia su come funzionano certi rapporti di lavoro. La ragazza ha chiesto che le fosse mostrato il contratto, che le illustrassero quanti contributi previdenzali le erano stati versati, a che cosa corrispondesse la retribuzione ricevuta. Il commerciante ha provato a rispondere che il contratto già glielo aveva consegnato, che lui era in regola e che la giovane aveva capito male. Ma il contratto non è venuto fuori, la busta paga neanche. A quel punto il carabiniere ha chiesto alle “colleghe” della ragazza se avessero un contratto. «Non siamo autorizzate a parlare», avrebbero risposto quelle. Al che il militare avrebbe ribattuto: bene, ce lo direte quando sarete convocate nei nostri uffici.

Dalla verifica dei carabinieri, insomma, sembra che alla ragazza licenziata non sia stato stipulato un regolare contratto di lavoro, che non le siano stati pagati i contributi previdenziali e che, forse, anche il suo allontanamento dal lavoro sia stato arbitrario. Un caso isolato in mezzo a un quadro virtuoso di lavoro dipendente regolarizzato? I carabinieri vogliono accertarlo e per questo avrebbero esteso i controlli anche su altri stand della fiera per capire meglio la diffusione del fenomeno del lavoro nero che il caso della ventunenne ha fatto emergere.

Ma non è solo questo. Dai primi sommari accertamenti, sembra anche che lo stand in questione avesse dei problemi nel rilascio degli scontrini o delle ricevute fiscali. Cioè, che gli incassi di almeno una parte della merce venduta non venissero registrati. Il che costituirebbe un altro illecito, stavolta di carattere fiscale.

Per il commerciante si annunciano grattacapi seri; per il nucleo Ispettorato del lavoro dei carabinieri, un nuovo filone di indagine.

Claudio Figaia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web