Sicurezza
I “gorilla” aiutavano il boss a gestire il traffico di coca
Ricostruiti gli spostamenti del capo del clan di Sinopoli, Alvaro: le decisioni più importanti i calabresi le prendevano tra Massa e la Versilia. Poi l’errore...
MASSA. Se ne stava rintanato tra Massa e la Versilia il boss della 'ndrangheta Giuseppe Alvaro e si faceva scortare da due guardaspalle tutte le volte che si spostava. La procura di Reggio Calabria lo stava cercando da tempo, lo ha trovato la Dia di Genova seguendo un'altra inchiesta. E pedinando un altro pezzo da novanta del clan di Sinopoli: Giuseppe Talotta. È stato grazie al luogotenente di Alvaro se sono scattate le manette perché per giustificare la perdita di un carico di 150 chilogrammi di droga lo ha voluto incontrare. Talotta era intercettato (la sua auto era piena di cimici) ed è così che i sostituti procuratori dell'antimafia Federico Manotti e Federico Panichi sono riusciti a mettere le mani sul latitante. I due pm poi hanno passato le informazioni ai colleghi reggini e dalla Calabria è scattato il blitz che ha portato all'arresto di Alvaro, sulla A3 all'altezza di Cosenza. Stava tornando a casa per sistemare alcuni affari.
Del resto Alvaro si muoveva indisturbato da mesi in Toscana. Dal faccia a faccia con il suo luogotenente nel bar di Lido di Camaiore però non è stato più una primula rossa. La Dia conosceva il suo indirizzo (una palazzina dopo distante dal locale dove si è visto con Talotta) e ha cominciato a seguirlo passo passo. Su ordine della procura di Reggio e di Gratteri. Ma perché quel vertice improvviso? Semplice, Alvaro voleva spiegazioni dal suo uomo fidato per la scomparsa di centocinquanta chilogrammi di cocaina. Mica bruscolini, milioni di euro che il clan pensava di incassare e che sono spariti nel nulla. E Talotta quando si sente chiamare molla tutto quello che stava facendo e corre dal boss con il cuore in gola. E per non destare sospetti si porta dietro la fidanzata, una sudamericana che lo aiuta nel suo lavoro diciamo di import-export.
Il luogotenente sventola due giornali genovesi in quel bar di Lido di Camaiore per dimostrare la sua buonafede, dato che in un precedente faccia a faccia, avvenuto a Massa, il capo aveva preteso di vedere le prove: i quotidiani hanno riportato la notizia del maxi sequestro di stupefacenti in porto. Soltanto cento chilogrammi, però. Ne mancano cinquanta. E Talotta spiega che si trovavano in un’auto che gli hanno rubato in Valbisagno (una zona di Genova). E dà la colpa ai nomadi, non sapendo che sono stati i finanzieri a sequestrarla inscenando un furto. Lo stratagemma ideato dai pm Manotti e Panichi mette fine alla latitanza di Alvaro, perché Talotta a quel punto rivela ogni aspetto della vicenda. Lo fa inconsapevolmente, mentre viaggia su una vettura dove gli inquirenti hanno piazzato alcune cimici per le intercettazioni ambientali. Mettendo nel sacco il capo dei capi di Sinopoli. E della riviera apuoversiliese.
Danilo D’Anna
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