Sicurezza
Area Ex Enichem: trent’anni di veleni e bonifiche infinite
170 ettari di suolo ancora contaminati e inutilizzabili Gli inquietanti dati sui tumori legati alla Rumianca
CARRARA. I dati dell’annuario ambientale 2015, appena pubblicato dall’Arpat, che dimostrano il persistere di un elevato inquinamento nella nostra provincia, riaccendono i riflettori sulla area ex Rumianca, dove è in corso una difficile bonifica. Che dura da decenni.
Sulla necessità di imporre all’attuale proprietario il completamento del risanamento ambientale del sito, è ritornato di recente anche il sindaco Angelo Zubbani, alla festa della Cgil a Ca’ Michele. «Anche l’Eni - ha affermato il primo cittadino - deve essere chiamata a rispondere della seconda fase di bonifiche. C’è un’area ingessata di 17 ettari nel cuore della zona industriale che non abbiamo intenzione di regalare a nessuno, tanto meno all’Eni».
Ma a 30 anni dalla chiusura delle attività industriali le operazioni per la decontaminazione dell’ex Rumianca appaiono ancora molto lontane dal vedere la fine. L’inquinamento di questi 170.000 metri quadrati di terreno, infatti, resta ancora oggi di una gravità tale che esso, insieme al siti ex Farmoplant e Bario-Solvay a Massa e a quello ex Ferroleghe a Carrara, è rimasto di competenza del ministero dell’Ambiente, mentre il resto del Sin apuano, dal 29 ottobre 2013, è passato sotto il controllo della Regione.
Complessa è anche la storia di questa fabbrica, che, aperta nel 1940, ha cambiato più volte denominazione: Rumianca, Anic Agricoltura, Enichem e Syndial, attuale proprietaria dell’area. Per la bonifica del sito sono stati presentati progetti inerenti suolo e falda, rimodulati anche in funzione degli adeguamenti normativi. Nessuno di essi, però, ha ancora concluso il suo iter. Nell’area attualmente risultano eseguiti interventi di messa in sicurezza dei suoli, consistenti nella copertura di tutte le aree contaminate e nella rimozione delle fondamenta dei fabbricati demoliti. Dal 2004, inoltre, è in corso la messa in sicurezza della falda, grazie alla realizzazione di una barriera idraulica formata da un impianto di trattamento per le acque contaminate, costituito da 28 pozzi di emungimento, attivi 24 ore su 24. Le acque, una volta depurate, vengono scaricate nel Lavello, come autorizzato dalla Provincia.
La contaminazione di suolo e falda deriva dalle molteplici attività industriali che trattavano autentici veleni come acido formico, arsenico metallico, anidride arseniosa, arseniato di piombo, anticrittogammici a base di rame, terre decoloranti, prodotti dell’elettrolisi del cloruro di sodio, fitofarmaci e diserbanti.
Dopo la chiusura della fabbrica, avvenuta a seguito di un incidente verificatosi all’Enichem il 12 marzo 1984, con un’esplosione devastante che provocò fuoriuscita di diossina, i rifiuti sono stati smaltiti in impianti autorizzati in Italia e in Germania e in centri di termodistruzione a Ferrara e Ravenna.
Ma gli interventi effettuati non hanno risolto la grave situazione ambientale, poiché i controlli effettuati dall’Arpat nel 2013 hanno evidenziato il persistere della contaminazione in tutti i 20 pozzi esaminati, anche se l’inquinamento della falda pare leggermente diminuito. Il problema è che i suoli non sono stati ancora bonificati e continuano a rilasciare i loro inquinanti nella falda, contaminandola nuovamente. Sarebbe stato dunque opportuno provvedere prima alla decontaminazione dei terreni e poi a quella delle acque. E non viceversa, come invece è avvenuto. La barriera idraulica, tuttavia, impedisce il diffondersi dell’inquinamento nel territorio circostante, contenendolo dentro il perimetro dell’ex fabbrica. Occorre però anche sottolineare come la Syndial, società controllata dall’Eni e specializzata proprio nella bonifica dei siti industriali dismessi, non abbia ancora provveduto alla rimozione del tetto in eternit dall’ultimo capannone della Rumianca.
Preoccupante è poi quello che si legge in uno studio epidemiologico “sul rischio neoplastico tra gli ex dipendenti di aziende produttrici di formulati per uso agricolo”, iniziato nel 1996 nell’ambito dell’attività di ricerca dell’Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza sul lavoro e condotto da un equipe coordinata dalla dottoressa Lucia Miligi dell’ospedale di Careggi, a cui ha partecipato anche il dottor Fabrizio Franco dell’Asl 1 di Massa-Carrara. L’indagine, relativa agli anni dal 1950 al 1998, analizza proprio la mortalità dei lavoratori operanti alla Rumianca all’epoca del polo chimico, evidenziando un eccesso di mortalità per tutti i tumori ed in particolare per alcune sedi specifiche quali polmone, vescica e fegato, anche nelle donne. Dati scioccanti, confermati da una ricerca relativa al periodo 1995-2000, condotta dal Cnr di Pisa con l’Osservatorio di epidemiologia dell’Agenzia di sanità della Toscana, che ha rivelato sul nostro territorio una mortalità maschile in eccesso del 10%: a Carrara tumori al fegato superiori del 53% rispetto alla media regionale, alla laringe un 64%, alla pleura del 131%. scica”. Nello studio sono poi descritte molto dettagliatamente le cause dell’incidente del 1984. A questo proposito, lo studio sostiene che la presenza di isomeri del cancerogeno tetradiclorodibenzoparadiossina sul luogo dell’esplosione non sarebbe riconducibile ad essa, ma alle lavorazioni praticate nella fabbrica. La sentenza del Tar di Firenze depositata il 6 ottobre 2004, però, stabilisce in modo inequivocabile che la detonazione aveva generato diossina e “fuoriuscita di esalazioni nell’area di produzione con conseguenze a carico di due dipendenti”. L’analisi epidemiologica, comunque, risulta ugualmente molto importante, anche perché afferma chiaramente che durante la seconda guerra mondiale erano presenti all’interno della Rumianca “impianti per prodotti bellici in comproprietà con il centro chimico Militare mai entrati in produzione”. La presenza di grandi depositi di armi chimiche nello stabilimento avenzino, ritrovate dagli alleati nella primavera del 1945 ed impossibili da rimuovere perché in condizioni precarie, è sostenuta anche dal libro “Veleni di Stato”, edito da Rizzoli nel 2009 e scritto dal giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo, secondo il quale alla Rumianca, negli anni ’40, ci sarebbe stato un deposito con un gas tossico. ”. Sulla questione, il 22 febbraio 2013, è però intervenuta anche la responsabile Arpat di Massa Gigliola Ciacchini, in risposta ad un’interrogazione presentata dai consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle di Carrara, sostenendo che l’analisi dell’area Syndial, “eseguita mediante rimozione delle fondamenta dei fabbricati demoliti non ha portato alla luce materiali bellici nascosti nel sottosuolo”. Insomma, ciò che accadde a queste armi chimiche resta ancora oggi un mistero. Quello su cui, purtroppo, esiste invece certezza è il tragico primato delle morti per tumore, lasciato in eredità alla nostra provincia dalla Rumianca e dalle altre micidiali fabbriche attive all’epoca del polo chimico apuano.
David Chiappuella
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