Il Tirreno

«Scolpisco un barcone per ricordare i migranti»

di MELANIA CARNEVALI
«Scolpisco un barcone per ricordare i migranti»

Dall’Etiopia a Carrara per amore del marmo e il sogno di aprire una scuola

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di MELANIA CARNEVALI

Una . poesis che comunica un messaggio. Una figura che parla senza parole. Questa è l’arte secondo Alem Teklu Kidanu, scultrice etiope che vive a lavora a Carrara da sei anni, di cui i primi due trascorsi a superare gli ostacoli della burocrazia italiana per ottenere un visto da studente. È venuta qui infatti per iscriversi all’accademia di belle arti e imparare a scolpire quella pietra che, nonostante sia ben presente anche nel suo Paese, non aveva mai toccato: il marmo. Adesso ha il suo studio nel centro storico dove, oltre a lavorare su commissione, porta avanti un progetto artistico e culturale imperniato sul tema dell’immigrazione. Con le sculture cerca di lanciare un messaggio al suo popolo e a tutti i popoli migranti come per avvisarli e dir loro «guardate che questo non è il paradiso». La incontriamo in piazza Duomo durante il simposio di scultura a mano e ci parla della sua vita, del suo percorso professionale, dell’Etiopia e dell’Italia, di quello che le ha dato e di quello che le ha tolto, con in sottofondo il rumore dello scalpello che batte la pietra.

Alem, è la prima volta che partecipa a questo simposio (giunto quest’anno alla sua terza edizione, ndr)?

«Sì; a Carrara avevo già partecipato a un simposio che ha preso a vita a Colonnata lo scorso anno. Sono state due esperienze bellissime, di cui la città ha bisogno. Gli artisti di Carrara hanno bisogno di eventi del genere per essere stimolati, dal momento che non si sono molte attività nel territorio per loro».

Cosa sta creando (riferendoci alla scultura che sta realizzando per il simposio, ndr)?

«Un barcone. Da quando sono a Carrara lavoro sul tema dell’immigrazione perché mi ha stupita molto la differenza tra l’immagine dell’Europa e l’Europa reale. Tutti i migranti vedono in questo continente il paradiso; lo immaginano con le spiagge, la bella vita, la ricchezza. Tutto frutto della mancanza di informazione che li porta a affidarsi a trafficanti di uomini, a mettersi in barconi e a fare la traversata rischiando la vita pensando di trovare un futuro migliore. Per poi però non trovare niente e fare una vita altrettanto difficile. Chi fugge dall’Africa non è mai povero: deve avere terre o case da vendere per potersi permettere di pagare il viaggio; non viene quindi qui in cerca di lavoro, ma fugge solo da una situazione invivibile, come la guerra. Però poi quando arriva in Italia è costretto a vendere ombrelli, accendini o, nelle migliori delle ipotesi, a fare il o la badante. Magari in case di fortuna, sovraffollate e sporche. Ma alla famiglia non lo dice; dice di aver trovato lavoro come commerciante e di avere una casa; non racconta la verità».

Secondo lei perché?

«Perché partono talmente carichi di aspettative e di sogni, che è poi difficile ammettere che quei sogni difficilmente verranno realizzati; è un po’ come ammettere una sconfitta nella partita di una vita. Nelle mie sculture quindi cerco di raccontare questo. Lo sto facendo anche in “Miraggi migranti”, un progetto che vede l’incontro tra teatro, arte figurativa e musica realizzato dalla compagnia teatrale produzione Stradevarie e che ha portato alla realizzazione di uno spettacolo sull’autonarrazione dell’emigrante, che pur di non ammettere il fallimento, si finge ricco e felice, contribuendo così, insieme alla disinformazione televisiva, a innescare un meccanismo di ripetizione».

Lei però si sta avvicinando molto al suo sogno...

«Io sono stata molto più fortunata di altri, nonostante le difficoltà. Anzitutto non ho fatto la traversata in barcone, ma sono venuta in aereo. Qui poi ho conosciuto persone che mi hanno aiutata e a cui devo il fatto di essere ancora a Carrara. Quando sono arrivata, ad esempio, non riuscivo a prendere il visto nonostante avessi preso una casa in affitto e volessi iscrivermi all’accademia di belle arti. Ho preso anche un visto francese per entrare in Italia ma non è bastato: mi hanno “rispedita” in Etiopia. Poi ho conosciuto una ragazza, Barbara Monaco, che mi ha fatto conoscere il professor Balocchi, il quale mi ha aiutata a muovermi in questa giungla della burocrazia italiana e dopo viaggi e peripezie sono riuscita a prendere il visto per studenti per frequentare il biennio di scultura. Una volta diplomata potevo rimanere per cercar lavoro. E così ho fatto: sono rimasta e ho fatto venire qui mio figlio, Dana (che compie quest’anno dieci anni, ndr). Ma se non fosse per un’amica, Ruxandra, non riuscirei a vivere qui: lei mi ospita in casa sua e mi ha dato anche un fondo gratuitamente dove lavorare. Se avessi dovuto pagare un affitto non sarei riuscita sicuramente a rimanere. Un artista a Carrara non ha vita facile».

Perché non si vendono opere?

«Non si vende e la vita è troppo cara: gli affitti delle case e dei fondi sono alti, per non parlare poi delle spese».

In Etiopia sarebbe più facile vivere d'arte?

«Sì, ho sempre vissuto d’arte quando vivevo là. Facevo sculture con la creta, con il cemento e con la cartapesta».

E a chi vendeva?

«Ai turisti, soprattutto francesi. Vendevo soprattutto le mie opere in cartapesta. A Carrara invece si vende più su commissione e non a gente del posto».

Visto che abbiamo parlato di sogni, quale sarebbe il suo?

«Mi piacerebbe aprire una scuola di marmo per gli studenti e le studentesse del mio Paese. In Etiopia infatti abbiamo il marmo ma non si lavora; non c’è nemmeno una scuola che insegni a scolpire la pietra. E inoltre c’è solo un’accademia in tutto il Paese. E se riuscirò a realizzare questo sogno sarà grazie alla solidarietà che ho trovato qui.

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