Il dolore
Il dolore silenzioso di duemila persone per l’addio a Brunello
Palloncini e un cuore lanciati al cielo, piazza Duomo si ferma Lo strazio della sorella Marina: ora però non portatemelo via
CARRARA. Gli scalpelli smettono di battere. Le sculture restano solo abbozzate sotto il bianco della cattedrale dove, fino a pochi minuti prima alcuni turisti scattavano le foto. «C’è un morto, ora non si lavora»: gli scultori se ne vanno.
E piazza Duomo alle quattro di un pomeriggio pieno di nuvole si ferma.
Si sente solo il rumore della fontana del Gigante. Solo quello. Ma si sente, palpabile, il dolore senza parole di duemila persone. In tanti hanno accompagnato Bruno, Brunello per gli amici, Maggiani nel suo ultimo viaggio. Lo hanno portato a spalla gli amici: la sua bara coperta dalla maglia della Carrarese e quella della Juventus, è arrivata nella piazza dove è cresciuto, davanti al circolo anarchico Germinal dove ha passato tanti momenti belli e spensierati.
Le campane della chiesa del Duomo hanno risuonato a morto. Fuori il silenzio. Lunghi attimi di silenzio. Poi un volo di palloncini: bianchi e neri, giallo azzurri e un cuore d’argento e rosso con la scritta “I love you”.
Per Brunello un applauso lunghissimo. E poi solo il dolore. Quello della madre che resta in piedi, accanto alla bara. Si asciuga gli occhi continuamente ma rimane lì. Fino alla fine.
C’è il dolore della moglie Michela, che non ce la fa a stare in piedi dietro al feretro. Si siede di lato, spezzata da un dolore troppo grande: rimane seduta protetta dai colleghi di Brunello che le si mettono intorno a falre da scudo. A darle conforto.
C’è il dolore della sorella di Brun, Marina, che si abbraccia alla bara e piange disperata: il suo urlo arriva dritto al cuore. «Sono stata brava cinque giorni, ma ora non portatelo via, non portatemelo via»: ripete questa frase con il volto sul legno, accarezzato dai fiori.
Il dolore è quello degli amici che sono davvero tantissimi. I colleghi di cava che hanno voluto portarlo a spalla Brunello, dal Carmine fino al Duomo. E che, davanti al feretro con i colori dei fiori e delle maglie del calcio su cui hanno messo le loro firme “gli amici del cuore”, hanno pianto come bambini.
C’è il dolore di chi Brunello lo conosceva da una vita, con cui è cresciuto nel cuore di Carrara: lui e Michela li ricordano tutti: «una bellissima coppia, erano l’amore». Lo ripetono come un mantra le donne della città vecchia, che attendono sedute sulle panchine l’arrivo del carro funebre.
Il dolore è anche quello di don Raffaello Piagentini, il parroco del Duomo. Nessuna funzione religiosa per Brunello. Ma dalla cattedrale le campane a morto sono risuonate lo stesso. Un messaggio di dolore, dal campanile del Duomo.
Il dolore è anche quello di uno dei soci della cava dove è morto Bruno Maggiani, l’imprenditore Roberto Graziani. Il dolore è quello che gli si leggeva sul volto, mentre accompagna il feretro. Mentre abbraccia i parenti e rincuora con una carezza la moglie Michela. «Perchè in cava Brunello ci lavorava da venticinque anni - dicono i vecchi operai con il cappello in mano - si diventa una famiglia, è questa la verità». Non c’è spazio per la rabbia. Non c’è spazio per la polemica in piazza Duomo c’è solo il silenzio. E il rispetto.
Ieri è stato il giorno del dolore, di un dolore grande, enorme, che ha unito le duemila persone che hanno accompagnato Bruno Maggiani nel suo viaggio più triste.
Un dolore senza rumori. Senza parole e senza discorsi.Senza istituzioni, senza il rito funebre. Nemmeno le parole del prete. Solo lo scorrere dell’acqua della fontana del Gigante. E un macigno sul cuore, perchè i funerali di un cavatore sono così, pesanti come il marmo che viene escavato dalle montagne.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
