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Caso Del Monte, è già guerra di perizie

Caso Del Monte, è già guerra di perizie

Il processo al pediatra Biava per la morte della dodicenne per polmonite inizia con uno scontro: «Poteva essere salvata»

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MASSA. Se il medico fosse andato in casa Del Monte, la piccola Irene sarebbe ancora viva? È la risposta a questa domanda che stabilirà se il pediatra Giorgio Biava - difeso dall’avvocato Adriano Martini - è colpevole oppure innocente. Non sarà semplice rispondere, però. Perché ci sono tre periti che dicono cose diverse. Il medico legale nominato dalla procura, Maurizio Ratti, dopo l’autopsia ha parlato di alveolite emorragica bipolare; il perito di parte civile, lo specialista in malattie cardiovascolari Gaetano Thiene, ha confermato, divergendo però nella conclusione: per Ratti, Biava nulla avrebbe potuto fare vista la gravità e la celerità della patologia; Thiene invece scrive che c’erano elevate possibilità se riconosciuti i sintomi di salvarla con un ricovero in ospedale («lì l’avrebbero ventilata e aiutata a superare la crisi»). Per uno il pediatra è innocente, per l’altro è colpevole. Un terzo perito, Venerino Poletti, pneumologo dell’Asl di Forlì, in incidente probatorio, davanti al gip Antonia Aracri, ha spiegato che Irene era stata uccisa da una miocardite acuta che non poteva essere prevista in alcun modo, neppure con una visita domiciliare. È l’unico a parlare di miocardite, però.

Chi ha ragione dei tre camici bianchi dovrà stabilirlo il giudice Fabrizio Garofalo, che ieri ha iniziato la fase dibattimentale di un processo difficile. Lo farà probabilmente con la nonima di un quarto perito, stavolta scelto dal tribunale. Dovrà mettere la parola definitiva su una vicenda che ancora inquieta: Irene Del Monte quando se ne è andata aveva appena dodici anni e a nulla erano valse le cure della mamma, che per due giorni aveva tentato di farle scendere la febbre con la tachipirina; poi, visto che la situazione si era aggravata con la comparsa di una tosse che stava debilitando la ragazzina, la signora aveva telefonato al pediatra di famiglia. E lo specialista le aveva detto di aumentare la somministrazione del medicinale, passando dalle sei/otto ore a compressa alle quattro ore. Dopo due giorni il decesso.

Ieri Ratti ha raccontato l’autopsia, spiegando anche perché aveva accettato l’incarico: «Quando sono stato nominato non c’erano colleghi della mia Asl coinvolti, altrimenti mi sarei astenuto». Il medico legale ha ammesso di non essere in grado di dire con certezza se una visita domiciliare di Biava poteva salvare Irene: «La condotta del pediatra è stata corretta, certo i pazienti andrebbero visitati però c’era il picco influenzale in quel periodo. Non posso dire se un ricovero in ospedale poteva migliorare le condizioni della bimba». Ed è qui che i legali di parte civile, Francesco Persiani e Maria Grazia Menozzi, hanno contestato le conclusioni di Ratti. I due avvocati si sono stupiti del fatto che l’autopsia sia stata affidata a un medico dell’Asl coinvolta nella vicenda e quindi non un perito super partes (anche se l’operato del medico legale è stato corretto, tanto che il perito di parte civile ha utilizzato i campioni raccolti in sede di autopsia). Ma pure il giudice Garofalo ha contestato la scelta della procura: «In dodici anni non mi era mai capitato di vedere una cosa come questa», ha detto. Nella prossima udienza, il 19 novembre, toccherà a Thiene dire la sua. (d.d.)

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