Il Tirreno

Sicurezza, sciopero silenzioso

di Melania Carnevali

La battaglia dell’Asl: «Ok le scarpe antinfortunio, ma per il casco è ancora dura»

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CARRARA. Cave ferme e segherie pure, ieri, per la giornata di sciopero indetta dai sindacati dopo la morte di Bruno Maggiani, l’operaio morto precipitando da una terrazza della cava in cui lavorava. Ventiquattro ore di silenzio assoluto in quelle montagne normalmente assediate dal rumore delle ruspe e dei blocchi di marmo che sbattono nei piazzali. In segno di lutto per la perdita, ma anche in segno di protesta, «perché ieri a lui ma domani a un altro», dicono i lavoratori, consapevoli che il loro non è un lavoro come un altro. Perché la cava - come dice anche la responsabile del servizio Asl di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, Maura Pellagri -non è come un qualsiasi altro cantiere di lavoro. La cava è un’enorme fabbrica a cielo aperto che cambia di giorno in giorno, di ora in ora. Dove prima c’era un blocco di marmo ora c’è il vuoto, dove prima c’era il vuoto ora c’è una gru. Non è facile muoversi «in un cantiere dove la valutazione del rischio cambia di giorno in giorno».

E allora loro ieri si sono fermati anche per dire basta alle morti in cava. «Bisogna lavorare meno, ma lavorare meglio», commenta Roberto Venturini, segretario della Fillea Cgil a fine giornata, che punta poi il dito contro il governatore. «Rossi, per fare un po’ di propaganda – dice – ha voluto dichiarare che darà un aiuto alla famiglia, quando forse non sa che c’è già un fondo marmo, aperto nel 1994 grazie ai sindacati, che si occupa proprio di questo: di aiutare gli eredi di persone morte in cava, ma anche per gli infortuni o per qualsiasi altra emergenza. Con il fondo marmo abbiamo anche comprato un’ambulanza per il soccorso cave».

Ma ieri era anche il giorno delle somme da tirare, delle riflessioni sul parché in cava si continua a morire, anche se sempre meno. «Le maggiori irregolarità -spiega Maura Pellegri - si trovano in una erronea attuazione della valutazione del rischio». Si tratta di errori, negligenze, disattenzioni, che a volte finiscono con il stroncare una vita.

In tutto sono sei le persone che si occupano, nel territorio, di vigilare che vengano rispettate le norme di prevenzione in tutte le cave della provincia: «non poche», spiega la Pellegri, che chiarisce: «quando si parla della sicurezza in cava, bisogna ragionare con un’ottica diversa, perché il sistema di vigilanza è molto più articolato e complesso». Si parte da una gerarchia “di controllo”, con in testa alla piramide il titolare di cava che, insieme al responsabile del servizio di prevenzione, fa la valutazione del rischio; c’è poi il direttore responsabile che dà direttive sulla sicurezza ed è responsabile per il rispetto delle norme di sicurezza; il vigilante il sorvegliante che è l’occhio vigile sul cantiere; e infine il capo cava che nella maggior parte dei casi organizza e decide come portare avanti il lavoro. Ma ciò che fa della cava un cantiere speciale e più pericoloso degli altri è proprio la sua mutabilità. «Non è – spiega la responsabile del servizio di prevenzione – come una cantiere classico, dove si mettono dei ponteggi e si fa un’unica valutazione del rischio. È un cantiere che cambia continuamente e necessita di più valutazioni del rischio». Che non sempre vengono rispettate e aggiornate. Nel primo semestre del 2015 le sanzioni fatte dall’Asl alle cave sono state 33, in particolare sulle valutazioni del rischio, sulla non protezione delle macchina a filo o con protezioni non idonee. E ancora: per la presenza assenza della marmitta catalitica sui mezzi d'opera in galleria o dell’impianto di aspirazione dei fumi (sempre in galleria) non funzionante o in idoneo. Per quanto riguarda l’abbigliamento, «dopo anni di battaglie i cavatori si sono convinti, siamo riusciti a far loro indossare le scarpe antinfortunistiche – spiega la Pellegri – Fino a qualche anno fa era impensabile. Mentre il casco protettivo è ancora un optional: è raro che un cavatore si metta il casco all’ingresso in cava e se lo tolga all’uscita». Certo è che la sicurezza in cava con gli anni è aumentata. Questo perché, secondo la Pellegri, «c’è stato un salto generazionale e di consapevolezza». «In passato la sicurezza – spiega – era legata alla mentalità dei cavatori, che si sentivano forti e intoccabili. Oggi ci sono giovani con una consapevolezza del rischio maggiore, persone anche più formate acculturate, in quanto i datori di lavoro rispondendo alla legge provvedono affinché frequentino che fanno numerosi corsi sulla prevenzione».

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