Sicurezza
I Mazzi non parlano col gip
Elisa, Alessio e Andrea Bonuccelli si avvalgono della facoltà di non rispondere
MASSA. Alessio Mazzi e Andrea Bonuccelli, nel carcere di Massa, ed Elisa Mazzi, nella casa circondariale di Pisa, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ovvero non hanno aperto bocca davanti al giudice per le indagini preliminari Ermanno De Mattia. È la strategia decisa dai legali Enzo Frediani ed Elena Tongiani. Questa mattina invece, a La Spezia, saranno gli altri tre arrestati dell’operazione Spari e dispari, Pablo e Mattia Ricci e Thomas Quadrella, a trovarsi di fronte in gip. I loro difensori, gli avvocati Alessandro Maneschi e Carlo Biondi, decideranno all’ultimo momento cosa fare. Ma anche in questo caso è più facile che gli indagati non dicano nulla. Anche perché poi c’è da giocare la partita della libertà (o in subordine dei domiciliari) al riesame.
Poggi silenziosa. Il quartiere dopo la retata della squadra mobile è stranamente silenzioso. Dopo mesi di spari, attentati, minacce e risse non c’è più nessuno a fare il prepotente. Anche gli amici di chi è finito in manette stanno zitti, scegliendo un basso profilo nel timore che l’indagine non sia finita qui. E non è finita qui, perché la polizia vuole capire quali erano gli appoggi di cui godevano e i Ricci e i Mazzi. A essere lampate è il caso di Thomas Quadrella, riuscito per qualche ora a rendersi irreperibile. E a rimandare il suo fermo. Erano le tre del mattino di sabato quando il ragazzo è stato intercettato nella zona dell’obitorio dell’ospedale, sull’Aurelia. Stava tentando di far perdere le sue tracce. Era solo. Ha raccontato di essere uscito da casa quando ha sentito l’elicottero volteggiare sulla sua testa. E ha capito che stavano per arrivare a prenderlo. Così è sgusciato da una finestra e ha iniziato a correre. Quando gli agenti che stavano partecipando all’operazione Spari e dispari hanno visto che non era più a casa è partita la caccia all’uomo. Anche i carabinieri hanno dato una mano. Sembrava essersi dileguato, poi la segnalazione di una pattuglia: «È qui». E tutti hanno tirato un sospiro di sollievo perché è ritenuto un elemento pericoloso. Il luogotenente del clan dei Ricci. Per questo gli inquirenti hanno chiesto l’embargo della notizia ai giornali. Il sospetto degli inquirenti è che il giovane non abbia fatto tutto da solo, ma che abbia avuto degli aiuti da qualcuno per la sua latitanza. Ma da chi? Forse da chi nasconde le armi al suo clan. Mentre cercava Quadrella la polizia ai Poggi ha trovato anche un fucile a canne mozze e una pistola con la matricola abrasa. Sono stati rinvenuti sotto il ponte dell’autostrada. Ma la sensazione, anzi la certezza, è che la santabarbaba non sia ancora stata trovata. Anche perché i due sodalizi rivali in questi mesi si sono armati con una facilità impressionante. Pure su questo aspettole bande sono stati attenti a non farsi scoprire, anche perché sapevano di essere sotto controllo. Sequestrata anche parecchia droga, trovata nelle abitazioni dei sei arrestati.
Le intercettazioni. Le accuse più pesanti, dei ventidue capi di imputazione contestate dagli inquirenti, sono proprio legate ai dialoghi tra i membri del clan dei Ricci, la banda ritenuta dominante. La polizia durante le numerose perquisizioni eseguite nel quartiere ha installato le cimici per captare quello che si dicevano gli indagati. E a funzionare sono state quelle messe nelle auto, dove nonostante il fiato sul collo delle forze dell’ordine i protagonisti della faida si sentivano al sicuro. È nella Mercedes di proprietà dei fratelli Ricci che la squadra mobile ottiene le informazioni più eloquenti. In macchina decidono che è il momento di spezzare l’assedio della legge, perché con tutte quelle divise in giro gli affari cominciano a calare. Chi prima si riforniva ai Poggi adesso ha paura e la cocaina preferisce acquistarla da un’altra parte. «Facciamo saltare la procura e mettiamo una bomba anche in questura», questo l’obiettivo del clan. Ma in macchina si discute anche di come mettere fine alla faida. «Bisogna dare una lezione a quelli là». Ed era Elisa a essere al centro dei discorsi tra Pablo e Mattia, propositi criminosi che non hanno lasciato alcun dubbio al gip Ermanno De Mattia, che ha concesso la custodia cautelare richiesta dal sostituto procuratore Alberto Dello Iacono.
Da dove arriva la droga? Resta da capire chi riforniva i Poggi di droga, in maniera così massiccia poi. Senza mai lasciare a secco le centinaia di clienti che avvicinava i pusher. Come avviene nelle zone più malfamate delle grandi metropoli. Un sistema collaudato che tagliava fuori i curiosi. Si entrava in contatto con i pusher soltanto se si era conosciuti oppure se c’era qualcuno che poteva fare da garante. Il passaggio delle dosi fulmineo, senza neppure bisogno di parlare troppo: un’occhiata, un segno e il passaggio della pallina di cellophane e della banconota. Semplicemente criminale. Ma garantiva forti introiti di denaro. I soldi arrivavano a fiumi nelle casse del sodalizio dominante, tanto che il businness ha cominciato a fare gola ad altri, quelli che fino ad aprile si erano accontentati delle briciole. L’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Alberto Dello Iacono e condotta dal capo della squadra mobile Antonio Dulvi Corcione è stata difficile perché c’era da buttare giù un muro di omertà perché chi sapeva preferiva non parlare per non avere problemi. Non ci sono state testimonianze chiare, per nessuno degli episodi successi.
Dare una lezione al nemico. Nelle intercettazioni ambientali si ascoltano anche i propositi di uccidere i rivali. Senza mezzi termini si usano frasi come «facciamoli fuori». Il sostituto procuratore Dello Iacono, letti i rapporti degli uomini della mobile decide che non c’è più tempo da perdere e chiede le sei ordinanze di custodia cautelare.
I fatti del 2013. Anche se non ci sono collegamenti con le risse del 2013 è pur sempre vero che i personaggi si ripetono. O almeno alcuni di loro. Gli inquirenti che hanno portato avanti questa inchiesta lampo erano rimasti spiazzati dalla velocità degli eventi: «Non hanno neppure l’accortezza di far calmare le acque prima di entrare in azione. Per questo sono imprevedibili e pericolosi. Questa guerra è iniziata dal niente e ha già fatto due morti», aveva detto chi stava indagando non senza qualche timore. Perché mentre l’opinione pubblica si concentrava sulle sparatorie ai Poggi architettavano di far esplodere i cancelli della procura piuttosto che il portone della questura.
Criminali che si comportavano con scaltrezza, giusto per utilizzare un altro termine pronunciato dal sostituto procuratore che ha messo la parola fine a questa faida. L’importante è che adesso non arrivi nessuno a sostituire chi è finito in prigione. Altrimenti sarà tutto lavoro sprecato.
Danilo D’Anna
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google