Il Tirreno

Cave pubbliche diventate private senza la vendita

di David Chiappuella
Cave pubbliche diventate private senza la vendita

Oro Bianco denuncia: alcuni agri-marmiferi sono passati a beni estimati, ma il Comune non ha ceduto la proprietà

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CARRARA. «L’uso consuetudinario avrebbe lasciato dei beni collettivi in mano a privati, senza che nessuna delle amministrazioni, tranne vani proclami sulla stampa, si sia impegnata a rivendicarne la proprietà». A intervenire sul tema delle cave e dei beni estimati a pochi giorni dalla sentenza del gup, Antonia Aracri, sull’inchiesta della tassa marmi (in cui il giudice si è pronunciata con un non luogo a procedere perché il reato di abuso di ufficio non sarebbe mai stato commesso, ndr) è l’associazione Oro Bianco, attraverso il suo socio fondatore Luca Albertosi, secondo il quale «parlare dei problemi reali delle cave -commenta - significa affrontare un argomento tabù. I concetti più semplici vengono rifiutati, il normale senso critico scompare e una rassegnazione globale regna incontrastata, assumendo una sacralità che esclude chiunque voglia cercare di cambiare qualcosa. C’è insomma un rifiuto ad intraprendere qualsiasi forma di cambiamento». Sulle cave insomma vige un muro di omertà. Dopo aver ricordato che il ritorno dei beni estimati al patrimonio pubblico porterebbe nelle casse comunali, in termini di canone di concessione, quasi quattro milioni di euro in più ogni anno, Oro Bianco denuncia infatti la presenza di «una forza dissuasiva, imponente» che «governa le sorti della città» e «la impoverisce sempre di più». L’associazione parla di «poteri forti» che avrebbero fatto in modo che nel corso degli anni i beni estimati si dilatassero considerevolmente. Oggi, infatti, su ottanta cave esistenti a Carrara, sessantacinque hanno porzioni della superficie di escavazione di proprietà privata (per sette cave addirittura il cento per cento è privato). «Una semplice visura catastale, accessibile a tutti, -sostiene Albertosi- rivela che gli agrimarmiferi comunali si sarebbero trasformati in beni estimati senza che il Comune abbia mai venduto la proprietà».

Tali «sottrazioni», a suo dire, si sarebbero succedute con ritmo sempre più frequente e senza alcun controllo. «Recentemente Oro Bianco -ricorda l’esponente dell’associazione- ha comunicato a tutti gli organi del Comune e ai sindaci revisori dei conti queste irregolarità, segnalando due situazioni esemplari, relative a cave particolarmente pregiate. Perché nessuno risponde? Come può accadere -si chiede Oro Bianco- che il Comune veda diminuire continuamente le sue proprietà e quindi i suoi introiti senza intervenire? Siamo all'interno di una giurisdizione in cui, fino a prova contraria, tutto è permesso. -conclude Albertosi- L’assurdo dimora qui».

Il tema dei beni estimati tuttavia sembra essere in standby.

Il governo Renzi ha infatti impugnato la nuova legge regionale sulle cave del 25 marzo scorso, in quanto essa, all’articolo 32, comma 2, contrasterebbe con le disposizioni costituzionali che regolano la materia “ordinamento civile”. L’articolo contestato è quello che riporta a regime di agro marmifero i “beni estimati”, ovvero quelle cave finora considerate private, sottoponendoli “a concessione amministrativa temporanea ed onerosa da parte del Comune”. L’ultima parola adesso spetterà alla Corte Costituzionale.

Le “regole certe” che avrebbero dovuto far seguito all’approvazione della nuova legge regionale, concretizzandosi in una revisione del Regolamento degli agri marmiferi, sono dunque ancora di là da venire, così come anche quelle maggiori “risorse a beneficio di tutta la città”, che sarebbero derivate dall’aumentato numero di cave sottoposte al pagamento del canone d’affitto, con più introiti diretti al Comune.

Questo perché il provvedimento è bloccato su una questione fondamentale, quella delle cave affidate ai privati da oltre 260 anni, la cui natura, data la particolarità, interessa da sempre storici, giuristi, politici e cittadini.

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