Il Tirreno

Ingegnere massese alla corte del mitico John Mc Enroe

di Alessio Profetti
Ingegnere massese alla corte del mitico John Mc Enroe

Massa, Enrico Tognoni fa parte del team che sta riprogettando a New York la grande accademia del tennis del campione

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MASSA. Un “massese” tra le menti che ridisegneranno la prestigiosa accademia di tennis fondata a New York dalla leggenda della racchetta statunitense John Mc Enroe. Enrico non ha la faccia di chi si arrende facilmente. Si capisce dallo sguardo, occhi attenti, sempre in movimento. Più che un cervellone in fuga preferisce farsi etichettare come un innovatore, o meglio, un creativo. Enrico Tognoni, massese, classe 1984, da otto mesi ormai vive a Manhattan progettando e componendo ponti, parchi ed edifici, dopo vari premi e riconoscimenti, gruppi di studio e di ricerca, adesso è arrivato il grande salto grazie ad un progetto che andrà a ridisegnare la più grande accademia di tennis newyorkese – la John Mc Enroe Tennis Academy – posizionata nell'isola di Randall’s Island proprio davanti a Manhattan.

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«Il progetto – racconta Enrico – rientra in un piano molto ampio e riguarda tutta la pianificazione dell'isola, è una grande opportunità, la Mc Enroe infatti è un'accademia di lusso, là hanno un'idea di tennis molto diverso da come siamo abituati a immaginarcelo e anche il lusso, la tecnologia e quindi la creatività hanno un peso enorme nella realizzazione dell’opera». Un progetto da 25 milioni di dollari che prevede l’espansione e il rinnovamento dell’attuale struttura e che si realizzerà entro il 2018 attraverso l'allargamento del club di tennis, la costruzione di un fitness center avanzato per l’allenamento, la fisioterapia e il potenziamento muscolare, e ancora, la realizzazione di un edificio a due piani in cemento armato e metallo della lunghezza di circa cinquanta metri, dieci nuovi campi da tennis per under 10 e nove campi coperti da un edificio metallico alto quindici metri e lungo cento ottanta metri. D'altra parte il sogno di Enrico è quello di diventare architetto, un percorso lungo e sicuramente impegnativo: per potersi iscrivere all’Aia (ovvero l’albo americano) sono necessari almeno due anni di lavoro in uno studio, poi un esame di otto prove in lingua inglese che equivale ad altri due anni di impegno e di lavoro. Ma alla fine anche la sua storia, come quella dei grandi atleti, è una storia fatta di tenacia, coraggio, allenamento, e soprattutto voglia di andare avanti, avanti senza mai fermarsi: «Quando ho terminato gli studi in ingegneria edile e architettura all'Università di Pisa – votazione centodieci e lode – ho lavorato come ingegnere in diversi studi, prima Pisa, poi Milano, Massa».

Poi la svolta, il coraggio di voler scegliere di fronte al bivio per realizzare il proprio un sogno: «Ho sempre saputo cosa mi piaceva – spiega Enrico. La passione per il creare, il comporre, hanno sempre influenzato le mie scelte. Per un architetto New York è la consacrazione del proprio lavoro. È un mondo nuovo perchè nuovo è il modo con cui si percepisce la realtà. Tutti i canoni a cui siamo abituati sono messi in discussione, grandi spazi, sviluppo verticale. In Italia ci portiamo dietro una tradizione incredibile, ma questo ci ha quasi dato l’autorizzazione a rimanere fermi, bloccare il nostro sviluppo».

Rabbia, anzi no, delusione, semplice delusione per una realtà che non offre molto, ma che alla fine continua ad affascinare e tenere vivo un legame quasi indissolubile: «Non sono uno di quelli che è andato via per forza – conclude Enrico – la mia è stata una scelta. Non sono nemmeno uno di quelli che per forza vuole abbandonare la propria città. Sto nel mezzo. Per ora voglio accumulare il più possibile esperienza ma mi piacerebbe tornare, avere qualcosa di mio. Chissà magari domani potrò continuare a vivere a New York oppure qui, o magari da entrambe le parti».

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