Sicurezza
Per rifare il simposio bastano metà soldi di Marble Weeks
La scultrice: macché grandi investimenti è sufficiente un po’ di senso pratico
di GIOVANNA MEZZANA
La scultura è la sua grande passione, ma c’è un’altra attività che assorbe molta della sua inesauribile energia: qual‘ è? «Tenere a bada il mio Ego» confessa. Francesca Bernardini, scultrice carrarese, è una che entra “in scena” a gamba tesa. Se fosse uno slogan sarebbe: C’è da dire (e le parole non le mancano), ma c’è soprattutto da essere. Un po’ come le sue sculture, di cui Carrara ha visto ad esempio un bel “saggio” nel 2014, alla Galleria Duomo di via Finelli, dove è stata ospitata la sua personale “Orto contemporaneo”... Statuario, Nero del Belgio, granito, marmo bianco. La incontriamo sulla strada per Torano, nello storico laboratorio artistico della Sgf.
Gli scultori passano da un laboratorio locale all’altro, lei invece è qui da più di venti anni …
«É dal ’93 che sono alla Sgf e questi ventun anni sono passati come passa una settimana. Avevo diciannove anni, mi ero iscritta all’Accademia ma i laboratori (dell’ateneo, ndr) avevano orari ristretti e quindi quando volevo scolpire venivo qui. Queste persone mi hanno dato tanto, tutto».
Quando si presentò come venne accolta?
«Mi dissero: “Ninì, ‘t sen sicura d’ voler imparar a sculpir?”. Poi mi diedero un blocco, una subbia, una mazzetta e una macchinetta-punti. Il mio primo lavoro fu una foglia di fico… ci impiegai un mese!».
E poi come proseguì?
«All’inizio è stata un po’ dura… Tutti uomini… Mi sembrava che cercassero di scoraggiarmi, ma mi stavano mettendo alla prova. Quando hanno capito che ero più dura del marmo, hanno cominciato a insegnarmi davvero. E io sono stata molto disciplinata. Ero anche disordinata, lasciavo gli arnesi in giro, prima di andarmene non pulivo mai – ero un po’ naif – e al mattino mi tiravano le orecchie. Poi ho imparato che bisogna essere ordinati: mi hanno insegnato anche questo. Ero molto permalosa e mi prendevano in giro (ho dovuto misurarmi anche con questo): un po’ lo sono ancora, del resto chi nasce quadrato non muore rotondo, ma a quarant’anni, anzi a quarantuno, mi sento migliorata!».
E dal punto di vista “tecnico” … invece?
«I primi quattro mesi ho lavorato esclusivamente a mano. Il martello pneumatico l’ho preso in mano dopo due anni, il flessibile dopo cinque. È così che si dovrebbe imparare. E qui ho trovato l’ambiente fertile».
La Sgf è un laboratorio storico: che aria si respira qua?
«Eh… la Sgf è una famiglia. Silvio (Santini, ndr), Paolo (Grassi, ndr) e Mario (Fruendi, ndr) sono stati i miei maestri. Mi hanno insegnato tutto. Paolo non c’è più ma è come se ci fosse. Le sue parole le ho sempre in mente. Mi diceva: “Non ti lamentare e lavora! Le lamentele non devono trovare spazio nella tua testa!”. E poi mi vengono in mente tutte le scultrici donne che sono passate da qui: le americane, le giapponesi, le italiane; Maki Nakamura, che considero la mia guru, Serena Tallarigo, per esempio, mi hanno tenuto per mano, . hanno fatto con me come si fa con le piante… Bonsai! Il lavoro della scultura è un po’ scoraggiante, il marmo è duro, a volte ti sembra di violentarlo, e queste donne mi hanno sempre incoraggiato. Adesso quando devo fare una grossa scultura per un simposio – tre metri per un metro per un metro – so di farcela».
Lei ha fatto tantissimi simposi in giro per il mondo…
«Sì, una quindicina… In Francia, Spagna, Portogallo, Giappone, Australia…E ci sto male al pensiero che Carrara non abbia più il suo simposio internazionale, quello vero… All’epoca di Romano Caffaz era un evento straordinario. L’Amministrazione comunale forse si è dimenticata di cosa il simposio fosse per Carrara. Porta turismo, suscita interesse, favorisce lo scambio culturale. All’estero i simposi crescono, diventano eventi sempre più importanti e Carrara che aveva un simposio conosciuto in tutto il mondo, invece? Per noi scultori sono grandi esperienze, non tutti hanno un gallerista che si occupa di loro, noi viviamo di simposi, sono la nostra miniera. Io sono fortunata che sono qui alla Sgf, e ormai riesco a vivere del mio lavoro, ma penso a tutti i colleghi che ogni anno portano il nome di Carrara in contesti di altissimo livello – a Dubai come in Brasile – e che qui sono degli sconosciuti!».
Secondo lei Carrara dovrebbe riavere il suo simposio ?
«Sì, è fondamentale. C’è anche la location giusta, che ovviamente non è in centro città».
E dove?
«A Marina, (nel tratto del viale Giovanni da Verazzano, ndr) davanti alla scogliera dell’autorità portuale. Lì è perfetto».
Cosa manca perché Carrara possa riavere il suo simposio? Le risorse economiche?
«Non ci vogliono grandi investimenti per riorganizzare il simposio internazionale di Scultura. Basterebbe la metà dei soldi spesi per organizzare la Marble Weeks; se poi lasciassero l’organizzazione a noi scultori, sono certa che abbatteremmo i costi perché siamo pratici. La location c’è, la materia prima pure, le competenze tecniche degli artigiani anche. Una giuria per le selezioni costa? Abbiamo Piergiorgio Balocchi e Luciano Massari che hanno la professionalità necessaria. E poi a Carrara ci vorrebbe una commissione, una selezione, un concorso per tutto».
In che senso?
«Non prendiamoci per i fondelli. Se esponi una scultura fatta male qui se ne accorge anche il postino: abbiamo l’occhio».
Che altro ci vorrebbe?
«Un po’ di rispetto. Su cinquanta sculture, quaranta sono sporche o rotte. E alcune sono dei bei pezzi. Mi viene in mente una bella scultura di Giuliano Orlandi che è a Battilana di fronte ad un centro ricreativo e che è tutta sporca... o una di Simone De Lorenzo in via Parma, rotta da sette anni. Quelle sculture sono il nostro specchio. In Nord Europa, Oceania, Asia, i cittadini, coordinati dalle Amministrazioni, scendono in strada con candeggina e sapone di Marsiglia per pulire le statue. Un turista che arriva a Carrara quali sculture vede? Quella di Dunchi, ok, e rimane impressionato, ma poi? Ce ne vorrebbe una ad ogni fermata dell’autobus».
In questi ultimi mesi, Carrara come le sembra?
«Questa estate Carrara mi ha stupito, ha tre mostre di grande prestigio: l’omaggio a Cardenas, la mostra dedicata a Canova a Palazzo Cucchiari e quella dedicata alla pittura seicentesca tra Toscana e Liguria a Palazzo Binelli. Per il resto è acqua stagnante. È ferma. Quando torno da un viaggio ho sempre un sacco di energie, poi però vedo questo piattume… Eppure qui non c’è solo gente che fa il proprio interesse: se sei un artista ti aiutano, anche gli imprenditori del marmo; scommetto che se a uno come Franco Barattini chiedessi oggi un blocco enorme di marmo, domani lo avrei. Il problema vero è che prima o poi gli artisti se ne vanno perché non trovano l’humus adatto. La scultura non è solo piacere dello scolpire, è anche un’attività costosa: gli attrezzi, il fondo, gli affitti… qui ci sono giovani scultori che fanno sacrifici enormi! E dategli una mano! Fategli degli sconti! A proposito di scultori...».
Dica…
«Volevo rispondere a chi ha dichiarato sul Tirreno (La Città e gli Artisti, Giorgio Andrei, 19 luglio 2015, ndr) che “a Carrara non ci sono scultori”. È mai stato da Tor Art dove dopo il passaggio del robot danno la pelle al marmo? Qui c’è un passato. Tra scultori e artigiani professionisti saremo in duecento. Certe cose non si devono dire. Io non sono un’artista, sono solo una scultrice…poi chi sono devono dirlo gli altri. E non voglio fare la finta umile. Non lo sono: anzi, non lo sono mai stata, ma ci sto lavorando!».
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