Il Tirreno

Farmoplant, ventisette anni fa la nube tossica

di David Chiappuella
La nube tossica del 17 luglio 1988
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La nube tossica del 17 luglio 1988

Massa, l’incubo iniziò alle 6,10 del 17 luglio 1988, 27 anni fa: un eventoche ha cambiato la storia del comprensorio

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MASSA. L’incubo iniziò alle 6,10 del 17 luglio 1988, 27 anni fa. Il nome della Farmoplant-Montedison oggi dirà poco alle generazioni nate dopo questa data, ma per coloro che come il sottoscritto, all’epoca decenne, assistettero a ciò che avvenne, non potrà mai essere dimenticato. Anche se ero solo un bambino, ricorderò sempre la spaventosa nube nera e puzzolente che si diffondeva nel cielo e i migliaia di cittadini e turisti che, in preda al panico, tentavano di fuggire in auto, diretti nelle località più disparate. Era piena stagione estiva e solo nei campeggi soggiornavano circa 40mila turisti.

Alcuni “fuggiaschi” tornarono a casa dopo qualche ora, altri il pomeriggio, altri ancora, tra cui la mia famiglia, diversi giorni dopo. Ricordo che la nostra “fuga” si concluse a Venezia nella casa dei miei nonni materni. A causa dell’esposizione al fumo tossico molti subirono irritazioni delle vie respiratorie, bruciori agli occhi, nausea, vomito, diarrea, allergie e altre patologie che interessavano il sistema nervoso e quello cardio-respiratorio. Chi aveva bambini piccoli temette seriamente una contaminazione. L’esplosione è l’incendio del reparto in cui la Farmoplant produceva il pesticida Rogor, terrorizzò l’intera popolazione apuana, segnando la fine del polo chimico e di un modello di industrializzazione che da anni avvelenava il territorio. L’epicentro dello scoppio era un serbatoio di diversi metri cubi, contenente Rogor impuro, sciolto in cicloesanone. Ma i prodotti che dettero origine alla gigantesca nube tossica furono anche veleni derivanti da termodegradazione, quali anidride solforosa, anidride fosforosa, anidride carbonica, ossidi di carbonio e di azoto.

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Essa, con diversi gradi di contaminazione, arrivò a coprire un’area di circa 2.000 kmq. A questo autentico crimine ambientale seguirono manifestazioni popolari di protesta e scioperi, fino alla chiusura degli impianti. Ma i cittadini avevano già espresso la propria volontà il 25 ottobre dell’anno precedente, attraverso un referendum consultivo -il primo in Europa- che coinvolse i comuni di Massa, Carrara e Montignoso (circa 142mila abitanti) e vide oltre il 72% dei votanti pronunciarsi a favore della chiusura immediata dello stabilimento Farmoplant. Il 31 ottobre 1987 l’allora sindaco di Massa Mauro Pennacchiotti, repubblicano sostenuto da una maggioranza che andava dal Pci alla Dc, emise dunque un’ordinanza che vietava la produzione dei micidiali pesticidi Rogor e Cidial. Ma proprio allora emerse prepotentemente quel sistema fatto di silenzi, omissioni e subordinazioni dei pubblici poteri, dei sindacati e dei partiti di governo locale e centrale nei confronti della Montedison, la quale ricorse al ricatto occupazionale, minacciando di licenziare in tronco tutti i suoi dipendenti a Massa.

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L’allora ministro dell’Ambiente, il socialista Giorgio Ruffolo, dichiarò che la produzione industriale non poteva essere oggetto di referendum ed anche Sergio Cofferati, all’epoca segretario del sindacato chimici Cgil, si schierò in difesa della Farmoplant, sostenendo che i suoi impianti fossero sicuri. La stessa ordinanza del sindaco Pennacchiotti, poi, non venne trasmessa all’Usl, la quale, del resto, già nel 1975, aveva presentato una relazione sull’innocuità della fabbrica e dei suoi prodotti. La verità sulle attività dello stabilimento venne a galla qualche tempo dopo l’esplosione del Rogor: la Farmoplant doveva consegnare, prima delle ferie estive, una grossa partita di questo pesticida e non potendolo produrre, per il divieto del sindaco, l’aveva occultato nella vasca dei fenoli, in modo da sottrarsi ad eventuali controlli. Ed è qui che si verificò la detonazione. Ma il vero business della Montedison, più che sul commercio dei pesticidi, si basava sulla termodistruzione di rifiuti tossico-nocivi, praticata per mezzo del suo inceneritore “Lurgi”.

Esso, sebbene fatiscente, inquinante e privo di garanzie di sicurezza, riceveva sostanze pericolose da mezza Europa e se ne ebbe la controprova quando venne spento d’autorità. Nel Mediterraneo cominciarono infatti a viaggiare, ormai senza approdo, le tristemente note “navi dei veleni”, nove delle quali, tra il 1986 ed il 1988, salparono anche da Marina di Carrara. Particolarmente sconvolgente è la vicenda della nave cecoslovacca Radhost, partita dal porto apuano e sbarcata a Beirut il 21 settembre 1987, con a bordo oltre 10mila tonnellate di sostanze tossiche. Esse erano un misto di tutti i possibili rifiuti, solidi, liquidi, pesticidi, prodotti farmaceutici e reagenti di laboratorio. Si trattava di resti delle industrie chimiche lombarde, diverse delle quali appartenenti alla stessa Montedison, raccolti dalla società Jelly Wax di Milano. Le scorie velenose, sbarcate e sversate attorno alla capitale libanese, stavano per essere cedute ai contadini di Beirut come fertilizzante, mentre i fusti contaminati, svuotati e ridipinti velocemente, avrebbero dovuto essere utilizzati per conservare le olive sotto salamoia.

Quei rifiuti tornarono in Italia due anni dopo, grazie ai fondi del ministero degli Esteri, che incaricò del recupero la Monteco, società che faceva capo proprio alla Montedison. Il fatto che parte dei rifiuti caricati in territorio carrarese e sbarcati a Beirut provenisse da diverse fabbriche della Montedison non interessò alle autorità italiane. Il viaggio di ritorno di questi veleni avvenne su un mercantile Ro-Ro della compagnia Ignazio Messina, la Jolly Rosso, che lasciò Beirut il 12 gennaio 1989, con più di 9.500 barili a bordo. Pochi giorni dopo essa raggiunse il porto di La Spezia, dove rimase fino ad aprile, in attesa dell’autorizzazione a scaricare da parte delle autorità italiane. Il nostro governo, soddisfatto, rilasciò una dichiarazione in cui affermava che i rifiuti erano rientrati completamente. Il Libano, però, iniziò a sospettare che non tutti i veleni depositati originariamente dalla Radhost -15.800 fusti- fossero stati riportati indietro dalla Jolly Rosso. Sempre nel 1989 l’Assemblea dei cittadini davanti alla Farmoplant scoprì un traffico illegale di migliaia di tonnellate di fanghi e rifiuti industriali, speciali e tossico-nocivi, che dalla fabbrica massese si dirigeva verso discariche non controllate nel sud Italia, come quella della società Setri di Giugliano (Na).

Nel settembre 1990 Greenpeace Italia denunciò che il governo italiano aveva spedito a quello del Guatemala, come “dono” all’interno dei progetti di cooperazione allo sviluppo, partite di Rogor provenienti dalla Farmoplant di Massa. Assai preoccupante per la nostra salute è il problema collegato alle sostanze tossiche che invece sono rimaste qui, occultate ancora oggi nei terreni su cui sorgeva lo stabilimento, come ad esempio l’area ex Resine. Per questo sito, come del resto anche per la restante superficie un tempo occupata dalla Farmoplant, risulta già certificata la bonifica, con decreto regionale n. 3875 del 1995. La stessa Arpat, però, avverte che quando si effettuano scavi in terreni che sulla carta risultano già disinquinati (ex Dalmine, ex Farmoplant, ex Italiana Coke) si rinvengono materiali contaminati, riconducibili a vecchie lavorazioni eseguite in stabilimenti dismessi della zona industriale, costringendo ad intraprendere ulteriori procedimenti di bonifica.

Del resto, una testimonianza rilasciata dal titolare di un’azienda che si occupava dell’eliminazione di rifiuti industriali all’epoca in cui era attivo il polo chimico, pubblicata per la prima volta il 25 marzo 1989 dall'Assemblea permanente e dal Comitato dei cittadini davanti alla Farmoplant, pare confermare i sospetti più gravi. Sarebbero state infatti occultate nell’ex Resine scorie provenienti dalle vasche di decantazione del depuratore dello stabilimento.

Materiali, che, a partire dal 1976, sarebbero stati sversati in buche scavate all'interno dell’ex Resine. «Si tratta di inquinanti di vario tipo -ricordava il testimone- c'è anche qualche botte di scarico di Rogor, insieme a ceneri provenienti direttamente dall’inceneritore. In seguito costruirono una vasca e cominciarono a metterli lì, ma prima venivano mescolati con altre sostanze, più o meno velenose».

L’imprenditore, oggi deceduto, sosteneva poi che i fanghi del depuratore perdessero liquidi e che essi, colando nel suolo, avessero contaminato anche la falda sottostante all’odierna zona ex Resine. Comunque siano andate le cose, è certo che nel terreno dell’ex Farmoplant l'inquinamento resta di un livello tale che la sua bonifica compete tuttora al ministero dell’Ambiente, insieme a quelle dei siti Bario-Solvay, ex Rumianca ed ex Ferroleghe. Nomi che le generazioni più mature, ancora oggi, associano al tragico ricordo di un modello di sviluppo che, basato sulla brutale contrapposizione tra il diritto al lavoro e quello alla salute, ha lasciato in eredità alla nostra provincia il triste primato delle morti per tumore.

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