Il Tirreno

L’ex re dei trasporti: «Estraneo alla ’Ndrangheta»

Interrogatorio di garanzia per l’imprenditore Riccardo Trusendi, 71 anni La difesa chiede di unificare le inchieste di Piacenza e di La Spezia

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MASSA CARRARA. «Non sono un membro della ’Ndrangheta, nè di altre associazioni mafiose o malavitose. Non conosco, nemmeno indirettamente, il signor Domenico Romeo (arrestato nel novembre 2014 e accusato di essere a capo di una organizzazione ’ndranghetista ndr) »

. Parole - tramite il suo avvocato difensore, Umberto Prsico del foro di Lucca- di Riccardo Trusendi, 71 anni, ex re dei trasporti della costa, un impero della logistica che ora è nella lente di ingrandimento dei magistrati di La Spezia e di Piacenza. Due filoni di inchiesta, riferiti anche a fallimenti di aziende del Gruppo Trusendi, che in sostanza hanno in comune l’accusa di riciclaggio di denaro.

L’imprenditore è in carcere a Massa e in questa seda nei giorni scorsi ha ricevuto un nuovo provvedimento restrittivo ordinato dalla Procura di La Spezia ed eseguito dall’Antimafia di Genova. Ieri mattina aveva l’interrogatorio di garanzia.

»Il mio cliente si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma al contempo ha ribadito di essere disposto a rispondere a tutte le domande del pm per far chiarezza sulla sua situazione - dice l’avvocato Prisco appena fuori dal carcere - Piuttosto per noi esiste un problema di competenza territoriale: il signor Trusendi noin può essere oggetto di due processi uguali nei contenuti, con fatti connessi. Faremo ricorso».

Insiste Prisco. «La mole di documenti è impressionante ma non risulta da nessuna parte alcun collegamento con persone legate alla ’ndrangheta».

Piacenza e ora La Spezia, indagano sui fallimenti delle società del Gruppo Trusendi.

Nei giorni scorsi la notifica in carcere a Trusendi e altre cinque persone dell’accusa di riciclaggio di denaro e bancarotta fraudolenta.

La nuova accusa nei loro confronti è di avere, a vario titolo, partecipato a trasferimento fraudolento di beni, riciclaggio e reimpiego di denaro di provenienza delittuosa e falso. A capo dell’organizzazione c’era, secondo la Direzione investigativa antimafia di Genova, Trusendi, il quale gestiva, con intestazioni fittizie, in accordo anche con la moglie e la figlia, una pluralità di imprese, segmentando l’attività economica tra varie società, poi fatte fallire, le cui attività (clienti, risorse umane, mezzi) venivano trasferite in altre società con cui proseguirle, lasciando, di volta in volta, posizione debitorie insoddisfatte o utilizzando normative e strumenti di natura fiscale e previdenziale in danno dell’Erario. La Dia ha sequestrato beni per circa 20milioni di euro.

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