Il Tirreno

Appropriazione indebita, assolto Boggi

Appropriazione indebita, assolto Boggi

La vicenda riguarda la cava Vittoria nel Sagro: «il fatto non sussiste» per il consigliere comunale

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CARRARA. «Il fatto non sussiste»: si chiude con l’assoluzione la vicenda processuale che vedeva sotto accusa per appropriazione indebita il consigliere comunale (Pd) Lucio Boggi (assistito dall’avvocato Luca Lattanzi). Boggi era stato rinviato a giudizio insieme all'imprenditrice di Pietrasanta Arianna Dell'Amico (difesa dall’avvocato Giancarlo Lattanzi), amministratore unico della srl Ari Marmi, anche lei assolta con le stesse motivazioni dal giudice Fabrizio Garofalo.

La vicenda prende le mosse dalla cava Vittoria, nel bacino del Sagro. Secondo l’accusa Boggi e la Dell’Amico si sarebbero appropriati dei soldi corrisposti da Riccardo Ferrari e Andrea Ferrari in esecuzione degli obblighi assunti con scrittura privata del 22 luglio 2009 con la quale essi (Boggi quale cessionario di beni aziendali) acquistavano il 100% delle quote sociali della Ari Marmi per un importo complessivo di 400mila euro, comprensivo del valore nominale di 10mila euro delle quote sociali e di altri oneri patrimoniali accessori relativi alla gestione dell'azienda. In particolare, secondo l'accusa, la Dell'Amico, il 22 luglio 2009, aveva ceduto ai Ferrari la totalità delle quote sociali della Ari Marmi impegnandosi per quattro anni ad astenersi dal compiere qualsiasi atto di amministrazione senza il preventivo consenso degli acquirenti mentre invece in data 13 maggio 2013 cedeva a Boggi un ramo d'azienda e successivamente, con atto notarile del 28 maggio 2013, cedeva a quest'ultimo, consapevole della pregressa scrittura privata, la totalità delle quote sociali al prezzo di 10mila euro procurandosi in tal modo un ingiusto profitto con pari danno dei Ferrari. Lucio Boggi si era difeso fin dalle prime fasi del processo sostentendo che: "L'argomento del contendere parte da una scrittura privata tra i signori Ferrari e il titolare delle quote sociali di Ari Marmi, dall'altra: la scrittura prevedeva il trasferimento delle quote dietro versamento di un corrispettivo in denaro (era il 2009). L'accordo non venne mai siglato davanti al notaio con atto pubblico, come previsto dalla legge, cosìcchè di tale trasferimento il sottoscritto non ebbe, nè poteva avere, alcunaconoscenza, allorquando nel 2013 acquistava con atto pubblico, innanzi al notaio Matteucci la totalità delle quote di Ari Marmi".

I Ferrari avevano chiesto un maxi risarcimento: 600mila euro, quattrocento per le quote e 200mila per i danni morali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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