Il dolore
Noi, forzati dell’oro bianco
Quinto giorno di sciopero, parlano i cavatori: al monte si rischia ogni giorno
CARRARA. Miseglia, ingresso del tunnel della Strada dei Marmi, il luogo dove ogni giorno sbucano centinaia di camion diretti alle cave e alle segherie.
Circa trecento cavatori si danno appuntamento alle prime ore dell'alba e bloccano tutto: nessuno entra e nessuno esce. Le cave si fermano. Le segherie pure. L’economia del marmo, ossatura del tessuto imprenditoriale della città e di tutto il territorio è paralizzata. I mezzi pesanti vengono rispediti indietro con tanto di schiamazzi e lavate di capo a chi brontola.
«Via, via, da qui non si passa». A comandare, per un giorno sono loro, i cavatori. È lo sciopero del marmo che ha preso vita ieri mattina sulle Apuane.
Il secondo in due giorni, il quinto in nemmeno due mesi, da quando, a metà maggio, si sono rotte le trattative tra sindacati e industriali sul nuovo contratto integrativo.
Uno sciopero che vede uniti sullo stesso fronte – e non era scontato – Cgil, Cisl, Uil e i Cobas del Marmo. «La cifra di 15 euro – chiarisce Roberto Venturini, segretario provinciale della Fillea Cgil – è una provocazione: vogliamo almeno superare l'aumento che abbiamo ottenuto nel 2012, di 4,5 euro, dal momento che gli affari sono aumentati». Gli Industriali sono fermi sull'aumento di soli 2 euro e i cavatori iniziano a scioperare: uno, due, tre, quattro, cinque volte.
«E non abbiamo nemmeno intenzione di fermarci», chiarisce dall'imbocco della galleria Giovanni Ricci, detto il partigiano, 55 anni di cui 36 passati in cava. Figlio, nipote e pronipote di cavatori.
È delle Casette, paesino incastrato sulle colline di Massa, a un passo dal bacino di Gioia dove chi nasce maschio viene automaticamente “arruolato” in cava. Un po' come il militare. «Mio figlio – chiarisce il partigiano– spezzerà questa catena, grazie a d..».
Fa una pausa e poi riprende. «No, Dio non c'entra. Spero che abbia solo buonsenso». Buonsenso?
«Sì, buonsenso – continua – In questo settore non c'è più dignità: il lapideo non sente crisi, gli incassi aumentano ma la città si prende le briciole». «Ben detto», si sente urlare da dietro.
Spunta Massimo Ferlisi, di 42 anni e cavatore da cinque. Che però valgono come trenta. Ferlisi lavora infatti in galleria, a 40 metri di distanza dall'aria aperta, a 15 metri di profondità, giù giù nella gola della montagna, in compagnia solo dei pensieri e poco altro.
In mezzo all'umidità, ai frastuoni delle macchine che rimbombano, al buio assoluto. Cinque giorni di notte a settimana. Undici mesi all'anno. Una vita intera nell'oscurità. Stipendio medio: 1.500 euro. «Se ho una famiglia? No, non è così facile farsela quando si è abituati a vivere in uno stato di isolamento», racconta.
I camion continuano ad arrivare e ad andare.
Alle 10 il sole picchia come solo sulle Apuane sa fare, ma i cavatori non si schiodano dall'ingresso della galleria.
«Caldo qui? Provate a venire su», precisa Roberto Torrini, di 38 anni, cavatore da 13, indicando le cave là sopra, il cui bianco abbacina anche da lontano e schernendo un po' i giornalisti in cerca d'ombra. “Su” sono le cave, dove il sole d'estate si trasforma nel nemico assoluto che invece d'inverno s'invoca.
«D'inverno abbiamo gli scarponi immersi nel fango; d'estate nella polvere. D'inverno si gela, l'estate il sole picchia ovunque. Non si sa cosa sia peggio», interviene Riccardo Franciosi, 53 anni, cavatore da 33.
«È sicuramente peggio l'estate!», gli risponde Torrini. «A volte – riprende guardando tutti - si parte la mattina con l’ansia: il sole è ovunque, il bianco acceca. Si incomincia a non ragionare più e a litigare tra colleghi. E così anche la concentrazione se ne va: e la nostra sicurezza».
La concentrazione: quella che salva dalla mossa sbagliata, dalla manovra azzardata in piazzali di cava spesso troppo piccoli per tutti quei blocchi di marmo.
«E infatti si rischia ogni giorno, in ogni passaggio, dal taglio alle manovre. Gli infortuni non si contano più», interviene un cavatore rimasto in disparte tutto il tempo.
Si chiama Giuseppe Bondielli, ha 48 anni e ne ha passati 33 in cava. Ha iniziato a spaccare pietre a 14 anni, l'età delle girate in motorino e delle prime uscite serali.
Davanti a lui ha altri 12 anni di lavoro. Dodici anni a tagliare blocchi di marmo, spostarli, ribaltarli, sezionarli, lassù “dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, come il quartiere difficile e isolato nelle Anime Salve di De André.
Poi, al presidio, spunta il sindaco, Angelo Zubbani, che prende il megafono e si piazza in mezzo ai lavoratori: «Bisogna riprendere le trattative – dice – Tra poco ci sarà un tavolo a Marina con i sindacati e gli industriali».E il sindaco così se ne va.
I cavatori però no; rimangono a mandare via gli ultimi camion diretti alla cave. «Oggi non si lavora».
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