Attenzione
Se guardo il vostro porto è come stare a Brooklyn
Lo scultore Usa mappa le “mixed zone” locali, ovvero i posti belli di per sé...
di GIOVANNA MEZZANA
Esteticamente parlando è proprio americano: altezza decisamente sopra la media mediterranea, fisico da surfista, occhi azzurri, lineamenti definiti del viso. Quando poi si presenta – «Piacere, Steve» – chi pensa per stereotipi ha una “soddisfazione” ulteriore. Eppure Steve – nato a Rumson in New Jersey, 42 anni – non è Usa al 100 per cento: il cognome, Shaheen, tradisce le origini libanesi del padre; e poi c’è la mamma che si chiama Jane ma è italianissima. Da nove anni ogni estate torna agli Studi d’Arte Corsanini dove è uno di famiglia e dove lo incontriamo. Grazie a lui, l’Academy of Art di New York – dove insegna – e Corsanini hanno istituito nel 2012 una borsa di studio in scultura, sponsorizzata da Abc Stone di Brooklyn, colosso nella distribuzione di marmi e graniti. Era il 2000 quando Steve arrivò per la prima volta nel Belpaese. Fece tappa a Montella, nell’Avellinese, perché le famiglie dei nonni materni – Pascale e Bonavita – erano di laggiù. Voleva scoprire le sue origini Steve. Che ha dovuto imparare la lingua da zero – si è iscritto all’Università per stranieri di Siena e ora la parla benissimo – perché i nonni parlavano italiano solo quando volevano “estromettere” figli e nipoti. Eppure «arrivato in Italia – racconta – mi sono sentito a casa. Ero colpito, strafatto, dalla bellezza, dall’arte, dalla storia profonda di questo paese. E poi dal senso della comunità e dal cibo: erano tutti sapori della cucina della mamma e della nonna!».
Steve ci racconta la sua storia. Nel ’95 si laurea all’Holy Cross College di Worcester, Massachusetts in Lettere Classiche – latino, greco, storia, filosofia, un’eccezionalità per un americano – ma anche in Belle Arti perché, cammin facendo, ha intuito la sua vocazione. Nel ’98 comincia a insegnare latino, nel frattempo fa un viaggio in Italia. È la svolta. L’animo dell’artista ha il sopravvento su quello che vagheggia la cultura dei monaci di Cluny. Nel 2000 si licenzia: «Non era la mia vita». Arriva in Italia sulle orme degli antichi padri, dove sceglie di fermarsi anche per imparare il mestiere di scultore: nel Senese, a Rapolano, con un corso biennale pagato dalla Regione Toscana.
Insomma, Steve, ma come e quando è arrivato a Carrara? «Eh… è un lungo racconto. Ero a Siena quando ci fu l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001: fu un’esperienza surreale. L’attentato ebbe un grande impatto sulla mia comunità: più di 200 vittime in New Jersey, più di 150 nella contea di Monmouth, 14 solo a Rumson. Quando a dicembre tornai a casa, vidi fiori e foto agli angoli delle strade: ormai si stavano rovinando. E allora, essendo immerso nella pietra che dura secoli, proposi un progetto: un monumento a ricordo delle vittime da realizzare all’aperto, come il simposio che avevo fatto a Siena, dove i familiari delle vittime potessero parlare con gli scultori, raccontare, scambiarsi impressioni».
Steve realizzerà il monumento per il Veterans Park - The Memoria Project. Lo inizia nel 2002 e lo terminerà nel 2011 – per i dieci anni dall’attentato – aiutato anche dagli scultori senesi Marcello Sennati e Ampeglio Rinaldi, da cui Steve aveva imparato il mestiere. È un tributo nazionale dello stato del New Jersey alle vittime e ai sopravvissuti. È realizzato in marmo bianco del Vermont, donato dalla carrarese Red Graniti che coltiva cave in quella regione.
«Realizzando questo progetto mi accorsi di quanta formazione mi mancasse nel figurativo».
E cosa fece?
«Ricontattai Mauro Berrettini, che aveva gestito il corso di Rapolano. Fu lui a farmi il nome di Luigi Corsanini. Chiamai qui, mi rispose Luigi e mi disse: “Ho passato tutto a mio figlio Leonardo, devi parlare con lui”. Allora mi misi a scrivere una lunghissima lettera di presentazione, poi chiamai per inviare il curriculum e Leonardo mi disse: “Ma guarda che se vuoi venire... puoi venire”. Era il 2006. E da allora ogni anno torno per lavorare alle mie opere e dal 2008 porto gli studenti, ora grazie anche alla borsa di studio».
Ma qui da Corsanini che cosa ha trovato?
«Oh, non saprei da dove cominciare! Innanzitutto arrivando da una città con un ritmo molto frenetico, mi sono accorto che qui si lavora per vivere e non il contrario. Mi sento a casa. È come se qui avessi famiglia. È un posto incredibile. Noi diciamo nourishing (corroborante, ndr)».
E la città le piace?
«È incantevole. Non è un gioiello come Pietrasanta, so che molti carraresi sono dispiaciuti per le sorti di Carrara, ma per chi viene dall’estero rappresenta una prospettiva interessante».
Cosa intende?
«È interessante questo misto di arte e lavoro sporco, nel senso di duro, come quello di chi fa il cavatore, il camionista. O una spiaggia turistica... con il porto!».
Le piace il porto?
«Mi piace moltissimo. Noi diciamo… mixed zone per dire che un posto è bello di per sé. Io lavoro a Brooklyn, ho uno studio lì, e c’è qualcosa di simile. Mi piace l’energia che viene su dal porto, i mezzi da lavoro che si muovono... Guardi il mare, ti giri e vedi le montagne: acchiappi tutto a 360 gradi. Potrebbe essere considerato un punto nero nel paesaggio e invece non lo è».
Viene a Carrara da nove anni. Le sembra sia cambiato qualcosa? Dall’inizio della crisi mondiale, ad esempio...
«Gli Stati Uniti si sono ripresi, in Italia, invece, mi pare che la gente sia più in difficoltà. Gli amici di Carrara mi dicono che la situazione è pessima dal punto di vista lavorativo e che è crollato persino il valore delle case».
E per il settore marmo che feeling ha?
«La mia principale esperienza viene dagli Studi Corsanini. Loro stanno esplorando nuove tecnologie, penso si stiano diversificando nella maniera giusta, sono molto versatili».
Quali tecnologie?
«Il robot, ad esempio. Personalmente sono contrario all’utilizzo del robot nella scultura: non è uno strumento per creare, va bene per fare copie, per realizzare oggetti di design. Se usi il robot non hai dialogo con il materiale, è piuttosto un monologo. Pensa a Michelangelo: quante ore di lavoro avrà impiegato, quanti sbagli avrà fatto? Quanti fattori avranno influenzato ogni suo colpo? La direzione dello scalpello, la luce che entrava nel suo studio, come si svegliava la mattina, che rumore sentiva: per ogni colpo ci sono migliaia di possibili colpi. Uno studio dell’Opificio delle Pietre dure sul San Matteo di Michelangelo ha contato 1.850 colpi di gradina: se lo considerassi una cipolla, quanti strati avrebbe? Tornando al robot… chiunque può comprarselo, ma per usarlo nella maniera giusta ci vuole grande consapevolezza, grande possesso di tecnica da parte delle maestranze; se viene utilizzato da chi sa lavorare a mano può aprire molte porte ed è la direzione verso cui qui da Corsanini si sta andando. Insomma, bisogna usare la seduzione».
Quale seduzione?
«Parallelamente con lo sviluppo delle nuove tecnologie, Carrara dovrebbe mantenere la grande fonte di tecnica e di maestranze che possiede. Dovete essere quelli a cui chiunque si rivolge per realizzare una scultura in marmo. Chi pensa alla scultura deve avere sempre in mente Carrara».
Questo secondo lei ci potrebbe “salvare”?
«Il valore può far superare le difficoltà. Io penso che Carrara possa contare sulla sua specificità: se mi concentro su ciò che so fare bene allora sì che c’è un mercato. Il marmo di Carrara non si trova da nessun’altra parte, ok, ma anche la lavorazione deve rimanere la specificità di questo territorio. E deve essere mantenuta ad un livello altissimo: se la dai per scontata, non sai che tesoro hai tra le mani… come un giovane (talentuoso, ndr) che non sfrutta abbastanza il suo talento... Dal di fuori io vedo questo».
Si trasferirebbe stabilmente a Carrara?
«In futuro potrei decidere di trascorrerci più tempo: sei mesi qua e sei mesi là».
57 – CONTINUA... –
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