Il dolore
Quelle 70 discariche dimenticate
Terreni ancora pieni di veleni, mai bonificati, e su alcuni si è anche costruito
MASSA. Settanta “depositi di origine antropica” (eufemismo per dire discarica): sono quelli individuati nel 2013 dalla relazione tecnica del Comune per l'aggiornamento del quadro conoscitivo geologico del Regolamento urbanistico. E sono ancora tutte lì, in attesa di capire cosa contengono: se solo terre, come si spera, o se anche rifiuti speciali o addirittura pericolosi. Una parte del suolo comunale consumato (ancora da capire quindi se definitivamente o recuperabile, in base al materiale che contengono) che si aggiunge alle altre diciassette discariche censite nel territorio, per cui, invece, “l'occupazione” è irreversibile. Alcune discariche non sono nemmeno mai state perimetrate, sono state cementificate e sono finite sotto nuove case o capannoni. Come nel caso dell'ex discarica comunale per lo smaltimento di rsu situata allo stadio Oliveti (funzionante a cavallo fra il 1970 e il 1978): il volume di rifiuti interrati si stima attorno ai 70 mila metri cubi anche se Arpat nel 1996 scrisse solo 20 mila. Della discarica poi si è persa la memoria: fu, senza nessuna bonifica, cementificata e rivenduta. Sopra sono state realizzate case e capannoni, ma il terreno sta cedendo, probabilmente per l’assestamento dei rifiuti sottostanti. Inoltre la discarica si trova a meno di cento metri dai pozzi comunali per l’acqua a uso potabile. C'è poi, tra i casi più noti di consumo di suolo, la vicenda della Buca degli Sforza, quella che era una volta la cassa di espansione di un torrente (il Canalmagro), di circa 13mila metri quadrati, diventata negli anni '70 la discarica naturale di scarti industriali, finendo per seccarsi e causare continue esondazioni nella zona. Quelle terre sono ancora piene di veleni: idrocarburi, arsenico, zinco, piombo, mercurio, nichel. Ma di colpevoli o di bonifiche nemmeno l'ombra. C'è inoltre, solo per citare un altro caso, la discarica nell'area della Farmoplant, dove vennero interrati tutti gli scarti chimici della lavorazione della fabbrica, arrivando direttamente alle falde. La zona è adesso coperta da un pacchetto multistrato impermeabilizzante. Per quanto riguarda i settanta depositi invece vanno avanti i controlli, anche se non con poche difficoltà. La mole di lavoro è enorme: per 70 siti sospetti sono interessate oltre 350 particelle catastali, ognuna con quattro o cinque proprietari diversi, per un totale di circa 1.500 proprietari. Il Comune ha censito le particelle e inviato lettere ai proprietari per ottenere eventuali autorizzazioni o il permesso per entrare nelle proprietà. Ma ad oggi sono stati fatti solo cinque sopralluoghi e nessuna caratterizzazione. «Spetta al privato fare le analisi – chiarisce il vicesindaco Uilian Berti – Intanto vanno avanti i sopralluoghi e dalle prime verifiche sembra che contengano solo terre, ma saranno le analisi a stabilirlo».
(M.C.)
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