Il Tirreno

Carrara e i suoi artisti

Tiziano Gozzani: impariamo dagli emiliani, il marmo come il parmigiano

di Melania Carnevali
Tiziano Gozzani al lavoro
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Tiziano Gozzani al lavoro

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CARRARA. C'è chi l'arte la scopre e chi invece ci nasce dentro. Tiziano Gozzani è della seconda “specie”. Figlio del noto scultore Giovanni Gozzani, è cresciuto tra la polvere del marmo e il rumore degli scalpelli che battono la pietra. A quindici anni ha compiuto il suo primo viaggio all'estero, a Parigi, da solo, per imparare il mestiere, immergendosi nei quartieri artigianali della Ville Lumière. Poi è stato in Spagna, negli Stati Uniti e di nuovo in Francia. A Carrara si è iscritto all'Accademia di Belle Arti, lasciandola però qualche mese dopo per tuffarsi nel laboratorio del padre e imparare da lui tutto quello che c'era da imparare.


«Sono cresciuto con il metodo classico, passo passo: un anno con la raspa, un anno con lo scalpello, un anno a fare un ricciolo», racconta al Tirreno, quando lo incontriamo per il salotto domenicale con gli artisti, nel giardino del suo laboratorio: l'unica oasi fresca e verde tra il cemento di viale della Repubblica. Stappa due birre e fuma una sigaretta dietro all'altra. Ha tutta l'aria di essere il tipico artista sconfusionato che trova pace solo nel disordine. Lui, in realtà, è massese, ma lavora da sempre allo studio Corsanini, dove attualmente sta realizzando la sua ultima commissione: una statua che andrà nella rotatoria fra via Catagnina e via Oliveti a Massa.

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Come le è venuta in mente questa scultura? (Indichiamo una statua in gesso, che raffigura due uomini che si abbracciano divisi da una crepa).
«Qualche anno fa stavo andando al laboratorio Corsanini, in bici, e vedendo le crepe sull'asfalto ho avuto l'ispirazione. L'idea è quella di metterci una luce al led dentro e giocare con i riflessi. Che poi è quello che faccio anche con le altre opere».
Usa molto le lastre...
«Sì, negli ultimi anni mi sono “avvicinato” alle lastre, partendo dal principio del riuso dello scarto vista la quantità di marmo che viene gettato. Se si fa un giro da Pietrasanta a Carrara nei laboratori, anche quelli chiusi, e si mettono insieme tutti i blocchi, le lastre e le scaglie abbandonate, si fa una montagna. Quindi utilizzo le lastre in due modi. Come se fosse carta, o meglio, una tela: sfrutto le vene naturali del marmo, le coloro, e ci tiro fuori disegni, che però con il riflesso della luce sembrano altre cose. Un po' come le nuvole, dove uno ci vede quello che la mente lo porta a vedere. Poi uso le lastre come oggetto di design. La mia ultima creazione, che volerà presto a New York per uno show room, è Optical table, un tavolo fatto con lastre posizionate una accanto all'altra. L'oro bianco come materiale di riciclo: questo è il principio».
Come mai ha abbandonato l'Accademia?
«Perché all'epoca non c'era un'aula di marmo e non aveva senso rimanere».
Alla fine aveva il maestro a casa...
«Ne avevo due. Tornato dalla Spagna, Jessica Carroll, figlia di Robert il pittore e mia cara amica, mi ha presentato Aldo Mondino e ho iniziato a lavorare per lui. Grazie a mio padre e a Mondino ho imparato la tecnica classica del marmo, quella che ti fa approcciare alla scultura gradualmente, passando dai busti e dalle riproduzioni infinite di Cicerone. Per diventare scultori si impiegano almeno dieci anni per imparare. Mio padre, inoltre, nei confronti della tecnologia era scettico: rideva quando sentiva parlare di robot.
Anche lei?
«No, io penso sia una figata pazzesca. La tecnica unita alla potenza del robot ti porta a superare te stesso. Consideriamo poi che anche Canova era in un millimetro: gli artigiani lavoravano per lui e lui rifiniva l'ultimo millimetro. Lo stesso fa la macchina. Premetto che a me piace tantissimo lavorare con lo scalpello: è chiaramente più stimolante, perché ti porta a ricercare di più. Però, nel caso delle sculture grosse, il robot è una genialata. Mi fa pensare all'impossibile, mi fa spingere oltre. Infatti per la statua della rotonda userò il robot, nello studio Corsanini».

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E cosa succederà tra venti o trenta anni, quando i robot avranno sostituito la manodopera? Nelle cave il numero dei cavatori è diminuito drasticamente con l'arrivo delle macchine...
«A livello di tecnica non si perderà niente, perché il robot si ferma: il robot è macchina, è un programma, dopo arriva la mano dell'artigiano. E lo stesso vale per il numero dei lavoratori: vivranno i laboratori che si adegueranno alla tecnologia. Se gli addetti alla cave e al piano sono passati da tredicimila a duemila è perché noi - carraresi, massesi - non siamo riusciti a valorizzare il nostro oro. Lo abbiamo svenduto, regalato, agli stranieri, ai cinesi in testa, ma basti pensare all'acquisto dei Bin Laden (l’entrata della famiglia saudita nell’azionariato della Marmi Carrara, ndr). Per non dimenticare che, di marmo, al piano, non ne passa più: va tutto dritto-dritto nelle fabbriche che producono carbonato. Mi raccontavano che negli anni '60 anche Massa era piena di laboratori: passavi dalla zona della vecchia Standa e sentivi zen zen zen: erano le macchine sempre al lavoro. Ora non ce ne sono più. Il marmo dovrebbe avere un marchio, come il Parmigiano. E invece, o viene triturato o viene spedito all'estero, e anche i laboratori chiudono. Mio padre con il suo lavoro c'ha fatto la casa, ora un artista, uno scultore, fatica ad arrivare in fondo al mese».
Ma come artista si sente apprezzato?
«Sì, ora sì. Non capita spesso che il Comune commissioni a un artista del territorio una statua (si riferisce alla statua per la rotatoria in via Olivetti a Massa, ndr)»
Cosa realizzerà?
« Il tema era il lavoro, essendo nella zona industriale apuana. Inizialmente volevo fare qualcosa con le lastre, ma alla fine è un progetto di design urbano, quindi deve essere una scultura concepita per quello spazio. Questo significa sacrificare, o comunque mettere da parte, la propria arte per realizzare qualcosa che stia bene con l'ambiente che lo circonda. Io avevo iniziato a fare una forma con il filo di ferro, poi dal meccanico ho trovato una cinghia di distribuzione, gliel'ho messa intorno ed ecco che ho trovato la scultura adatta, quella che penso e spero possa piacere veramente a tutti. Anche se le critiche non mancheranno».
In questi casi è facile essere oggetto di critiche: sono statue sempre sotto l'occhio di tutti...
«Critiche spesso giuste: nel territorio provinciale ci sono tantissime statue che non c'entrano niente con l'ambiente circostante».
Ad esempio?
« Si dice il peccato, ma non il peccatore».

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Lei prima parlava di una crisi della scultura. Crede che qualcosa si sbloccherà in futuro?
«Spero di sì. Io perlomeno ho progetti che spero si concretizzino».
Quali?
«Ora vado a New York dove espongo l'Optical table e spero di trovare un mercato: utilizzerei come base il laboratorio Corsanini per scolpire e andare là a vendere. Questa, alla fine, è l'unica via di uscita».
Tizianoo Gozzani è nato a Massa nel 1974. Dopo la maturità al liceo artistico ha frequentato qualche mese l'Accademia di Belle Arti di Carrara eper poi rifugiarsi nei laboratori, in primis quello del padre, il noto scultore Giovanni Gozzani.
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