La protesta
Incidente in casa di riposo amministratori nei guai
CARRARA. Le versioni di accusa e difesa - è la normale dialettica processuale - sono lontanissime. Secondo il pubblico ministero, Caterina Arzilli e Gianfranco Falcione, titolari della casa di...
CARRARA. Le versioni di accusa e difesa - è la normale dialettica processuale - sono lontanissime.
Secondo il pubblico ministero, Caterina Arzilli e Gianfranco Falcione, titolari della casa di riposo “Villa Caterina”, hanno responsabilità nell’infortunio di cui è rimasto vittima un ragazzo mentre interveniva sulla caldaia. Secondo la difesa - emerge chiaramente dalle domande ai testimoni - quel giovane non aveva rapporti di dipendenza con la casa di cura e non era stato incaricato di riparare la caldaia, nè di farsi carico della manutenzione dell’impianto di riscaldamento. I fatti risalgono al gennaio del 2010: il ragazzo - ora parte civile a processo - si ferisce alle mani. Lesioni che gli causano un sanguinamento importante tanto che chi gli presta i primi soccorsi deve bendarlo: è in stato di shock, fatica a parlare. È andato nel locale in cui si trova la caldaia e a - almeno secondo la ricostruzione dell’accusa - è intervenuto sull’impianto per caricare, con aria compressa, il vaso di espansione. In parole semplici: per alzare la pressione. Per farlo - sempre stando alla ricostruzione del pubblico ministero Marco Rappelli - ha utilizzato un’apparecchiatura che gli è stata fornita da quelli che, secondo l’accusa, sono i suoi datori di lavoro. Ma qualcosa non va per il verso giusto (forse - ma nel dibattimento non emerge con chiarezza - una piccola esplosione). Il ragazzo è terrorizzato, chiede aiuto, lo sentono inservienti e infermieri, accorrono e lo trovano con le mani lesionate e in stato di shock.
«Aveva i parametri bassissimi - è la sintesi in aula dell’infermiere che gli presta i primi servizi - parlava pochissimo. Lo abbiamo portato al piano superiore e sistemato in una camera vicino all’infermeria. Lui chiedeva di non chiamare il 118». Secondo l’accusa l’uomo è un dipendente al nero della casa di riposo, ma i testimoni, chiamati ieri in aula, non lo confermano: «So che voleva fare il badante, io ho sempre pensato - spiega una inserviente al giudice Fabrizio Garofalo- che desse una mano come volontario».
«L’ho visto più volte - aggiunge un infermiere - mentre aiutava gli anziani a mangiare».
Di tutt’altra opinione la parte offesa che si è costituita a processo e sostiene che l’uomo fosse un operaio, incaricato quel gennaio del 2010 di sistemare la caldaia rotta.
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