Il dolore
Diffamazione ai servizi sociali, assolto
Era incapace di intendere e volere quando scrisse una letteraccia alla dirigente
CARRARA. Diffamò i servizi sociali del Comune: è stato assolto perché una perizia medica ha dimostrato che, al momento dei fatti, era incapace di intendere e di volere. La vicenda parte da lontano. In quella abitazione, alle porte di Carrara, da vent’anni lottava con frane e smottamenti. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso quando, nell’ottobre del 2010, era stato fatto uscire dalla sua abitazione, come un'altra trentina di persone in diverse zone della città, per evitare i rischi di frana legati all'alluvione. E lui, il pensionato, aveva scritto una lettera esposto, indirizzata alla Procura, al Prefetto e al Comune, in cui- secondo l'accusa - avrebbe diffamato la dirigente. La vicenda è finita con una denuncia querela, e un processo (per diffamazione aggravata. La dirigente al sociale, rappresentata dall'avvocato Giuseppe Pintus, si è costituita parte civile. L'imputato è assistito dall'avvocato Liv Bandoni. In occasione di un evento alluvionale che aveva colpito la città fra il 31 ottobre e il primo novembre del 2010, la dirigente al settore sociale si era occupata si di sistemare in albergo alcune persone, circa una trentina e fra queste il Pieretti, che per motivi di sicurezza erano stati fatti uscire da casa. Dopo alcuni giorni si era vista citata al centro di una lettera esposto in cui si parlava di una sua contraffazione del provvedimento di evacuazione: "Con l'intenzione dolosa - era scritto nella lettera - di tutelare i tecnici del Comune di Carrara che sono incompetenti. E per quale compenso l'avrebbe fatto?" E così è subito partita la querela. Tutto era finito nel fascicolo del pm Rossella Soffio e si è concluso con il rinvio a giudizio per diffamazione aggravata nei confronti del proprietario a cui era stato intimato di lasciare libera la casa per evitare danni a seguito dell'alluvione del 2010. A quel punto lui aveva perso la testa, preso carta e penna e scritto la lettera finita al centro del processo. L’avvocato Liv Bandoni ha chiesto nell’ambito del processo la perizia psichiatrica per il suo assistito e il dotto Massimo Nencioni ha stabilito l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato. Il giudice Giovanni Sgambati così lo ha assolto. «I familiari del mio assistito si erano scusati con i servizi sociali, avevano scritto una lettera per farlo direttamente con la dirigente - afferma il legale - Ma si è voluti andare lo stesso a processo, nonostante la difficoltà, poi dimostrata a processo, dell’imputato».(a.v.)
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