Sicurezza
Il Simposio resta un ricordo mentre la Cadillac fa il tris
La scultrice tosco-carrarese: «In città si deve tornare a scolpire. All’aperto»
di GIOVANNA MEZZANA
Se fosse un dipinto, avrebbe pochi fronzoli: coi tratti essenziali ma senza essere un naif. Diretta, pragmatica, forse anche un po’ disincantata: quando Selene Frosini, scultrice ventisettenne, ti compare davanti, tu all’istante pensi: “questa è una che sa il fatto suo”. Allo Studio d’Arte Corsanini, dove di scultori ne passano a frotte e molti anche di un certo livello, di lei si dice che «è una che coglie»; che coglie il respiro dell’arte? Ma forse (aggiungiamo noi) anche i piccoli (grandi) segreti delle vita. La incontriamo lì. Selene è nata a Pontedera, ma vive a Carrara dagli anni delle scuole medie.
Lei ha studiato Scultura all’Accademia?
«Sì, ma a Firenze. È un po’ assurdo vivendo a Carrara, ma dopo il liceo artistico avevo deciso di scappare. Avevo bisogno di vedere un’altra realtà».
Poi però è tornata…
«Sì. Nel 2012 mi chiesero di realizzare una scultura per un Centro pastorale di Perignano: la richiesta mi era arrivata tramite amici di famiglia. Avevo finito l’Accademia e, anziché stare a Firenze a fare la cameriera, decisi di tornare. Dovevo realizzare una colomba in marmo: un metro per un metro e mezzo. Ci lavorai agli Studi d’Arte Cave Michelangelo di Franco Barattini, dove tutte le estati, dal 2007, andavo a fare pratica: mi avevano preso sotto l’ala, ho imparato lì a scolpire. Il marmo era stato donato da Barattini. Ho sudato parecchio e al laboratorio non mi davano neppure molta fiducia, ma dopo si sono dovuti ricredere. Mi sono riscattata!».
E poi?
«Finita la colomba, era l’ottobre 2012, dissi a Luciano Massari (direttore degli Studi d’Arte Cave Michelangelo, ndr) che mi sarebbe piaciuto fare uno stage da loro. Lui mi disse che avevano bisogno di personale e mi chiese se volevo provare a lavorare per loro. Mi fecero un contratto di tre mesi e poi me lo rinnovarono per altri tre mesi, dopodiché mi hanno assunta a tempo indeterminato».
Se lo aspettava?
«No! Ci speravo ma non me lo aspettavo… soprattutto non mi aspettavo che assumessero una donna a tempo indeterminato!».
E perché?
«Nella scultura la principale mansione delle donne di solito è la finitura, la levigatura, la lucidatura… perché dicono che noi abbiamo pazienza: loro non ce l’hanno, ma noi dobbiamo avercela. E il finitore in genere viene assunto a tempo determinato. A tempo indeterminato, invece, di solito assumono gli uomini, anche per la forza fisica: scolpiamo uguale anche noi donne, eh, anzi… ma un uomo ti dà più sicurezza, ti guida anche il muletto, la gru… È una questione di praticità, oltreché di mentalità».
Ah, è così…?
«Visione tipicamente italiana e parecchio carrarina. Nel mondo c’è pieno di scultrici».
Ci vuole molta forza fisica per scolpire il marmo?
«È faticoso, ma se è quello che vuoi fare, è una fatica sostenibile».
Com’è lavorare in un ambiente di soli uomini?
«Non è semplice, comunque mi trovo bene».
Ci racconta la routine lavorativa agli Studi d’arte Cave Michelangelo? Quanti dipendenti siete?
«. Siamo in sei oltre a Massari e adesso c’è anche una ragazza con un contratto a termine. Lavoriamo per artisti internazionali, molti sono stranieri; portano un bozzetto e noi glielo realizziamo; per alcuni lavori si parte da zero, dalla sbozzatura; altri li smacchiniamo al robot e li rifiniamo. Si lavora soprattutto su commissione».
Com’è l’industriale Barattini con i dipendenti-artisti?
«Lui è… Il Padrone. Mi sono sempre trovata bene con lui: è una brava persona».
Vi fa visita o sta in cava?
«Viene, viene, eccome, almeno una volta ogni due giorni se non è in viaggio. Viene a controllare… che si lavori! Cosa abbiamo fatto, cosa no, poi ci sono lavori a cui tiene in modo particolare: di solito sono quelli che ha portato lui. Quando arriva senti il suo “ohohohohoh”».
Ancora prima di raggiungere la soglia dei trenta anni ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato coerente con gli studi svolti. Bravura, fortuna, entrambe le cose?
«Fortuna! Sicuramente! Essere al posto giusto nel momento giusto. Ho amiche più brave di me che hanno cercato… ma per ora una fa il servizio civile e l’altra la barista».
Un consiglio ai giovani che sono in cerca del lavoro per cui hanno studiato?
«Non rinunciare mai a quello che si desidera fare. Soprattutto nel campo della scultura… che non è affatto semplice: se non ti conoscono e non sanno come lavori è molto difficile che ti assumano. Poi io ho un contratto a tempo indeterminato ma non significa che “sia arrivata”: se vendessi le mie sculture sarei più contenta».
Lei lavora da Barattini ma quando l’abbiamo contattata ci ha dato appuntamento da Corsanini…
«Sì, perché qui faccio le mie sculture. Quando stai lavorando per qualcun altro devi avere tante accortezze, ma non scolpisci con il trasporto che hai quando realizzi un lavoro tuo. Qui da Corsanini, quattro ore, la mattina del sabato, volano! E poi d’estate c’è un bel movimento; ci sono tanti stranieri che vengono a fare pratica: in questi giorni ci sono scultori che arrivano dal Colorado, dalla Scozia, dalla Spagna; girano artisti come Oriano Galloni (scultore carrarese con studio a New York e a Miami, ndr) come Sibylle Pasche. E come Kazuto Kuetani: un grande! Qui ci si sta proprio bene: è un luogo dove cresci. E senza nulla togliere agli studi Barattini: sono due laboratori strutturati diversamente».
Lo scorso fine settimana ha aperto a Palazzo Cucchiari la mostra dedicata a Canova e ai Maestri carraresi del marmo. L’ha vista?
«Non ancora ma ci andrò sicuramente».
Progetto e risorse sono della famiglia Conti. Cosa ne pensa del ruolo del privato nel realizzare iniziative culturali per il grande pubblico?
«Ha fatto tutto il privato? Per la pubblicizzazione che c’è stata pensavo fosse un evento realizzato dal pubblico. E il Comune dov’era? Tanto di cappello alla famiglia Conti, ma mi chiedo perché il Comune non abbia condiviso un’iniziativa così importante… per poi fare una Marble Weeks con opere che abbiamo già visto tre volte? Come la Cadillac, senza nulla togliere a chi l’ha realizzata; quest’anno poteva almeno essere esposta capovolta oppure si poteva fare una Cinquecento! Con tutti gli scultori che a Carrara ci sono, con tutte le opere che rimangono chiuse nei laboratori, mi chiedo perché da un anno all’altro girino sempre le solite sculture».
La prima edizione di Marble Weeks fu un successo…
«Sì. Gli eventi che vanno bene dovrebbero essere riproposti l’anno successivo con maggior spinta e invece questo a Carrara non succede: anche per Marble Weeks c’è il rischio che vada a morire come la Biennale, come il Simposio. È incredibile che in una città come Carrara non si faccia più il Simposio internazionale di scultura! Lo fanno in Sicilia con la pietra lavica che è durissima da lavorare, lo fanno dove hanno solo l’arenaria e qui? Ricordo quanto fu bella l’edizione del Simposio che venne fatta in piazza D’Armi (estate 1999, ndr): ero piccola, ma la ricordo. Era una figata. C’era polvere, però ci sono tanti luoghi in cui si potrebbe fare senza dare fastidio: ad esempio, al porto».
Altre idee ?
«Mi viene in mente il Cap, il Centro Arti Plastiche: è sempre chiuso – sbaglio? – mentre a Massa Palazzo Ducale ospita mostre in continuazione: anche ultimamente c’era un’esposizione di un gruppo di artiste. Perché non esporre al Cap le opere di giovani scultori? La struttura c’è, i giovani si montano le opere da soli e poi fai pagare un biglietto da due euro. Quanti soldi ci vorranno mai per organizzare una cosa del genere? E poi a Carrara i soldi girano! Penso a tutti gli stranieri che vengono a comprare blocchi: perché non indurli a visitare la città, a visitare i laboratori d’arte? Magari oltre ai blocchi comprerebbero anche sculture. Ma perché vengano, girino, comprino devi creare un certo ambiente, un sistema, devi creare una Cultura… Oggi l’immagine è tutto: a me non piace come idea, ma è così. Andiamo a vedere la gente che c’è a Pietrasanta in un sabato qualunque di giugno; a Massa in centro c’è movimento persino nelle domeniche di gennaio! Eppure a Carrara non manca nulla rispetto a Massa: in piazza Alberica, bellissima, si potrebbe fare qualsiasi cosa. E quel palchetto della Musica di piazza D’Armi lasciato lì? Perché non darlo in gestione ai ragazzi della One Love Association che sono gli organizzatori del Pollage Festival? E poi non parliamo del Parco Padula… »
Selene, rimarrà a Carrara? «Piuttosto che rimanere, a Carrara vorrei tornare dopo un’esperienza trascorsa all’estero. Vorrei andare… e tornare qui per aprire uno spazio simile al Ponte di Ferro, magari per donne, magari autogestito. Ho un paio di ex compagni di studio che ho intenzione di contattare… diciamo… tra due anni!».
Chi volesse ammirare una scultura di Selene, può andare almeno per la durata di Marble Weeks, al bar tabacchi di Andrea Ghinoi, in centro, dove è esposta.
55 - CONTINUA ... -
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
