Attenzione
Cave, lavoro, arte: il rapporto non è più equilibrato
Il videomaker: Vittorio Sgarbi non conosce le dimensioni del problema
CARRARA. «Al “senza le cave nessuna arte”, io risponderei “senza scultura nessuna cava”». Un post su Facebook diventato virale, quello di Alberto Grossi, videomaker autore di due video-denuncia sulle cave di marmo: “Aut Out. Un video sulla distruzione delle Alpi Apuane”, uno dei 38 film ammessi al 58esimo Festival della montagna di Trento, e “Cosa c'è sotto le nuvole”, vincitore del premio città di Imola al Festival di Trento.Figlio di cavatore, Grossi è uno dei riferimenti del movimento ambientalista locale “contro” le cave. Ha realizzato i suoi video molto prima del dibattito sul piano paesaggistico regionale e della nascita della “piattaforma” No Cave. Lui, che quelle montagne le ama e le vive, ha sempre cercato di difenderle denunciandone con le sue immagini l'escavazione selvaggia, il non rispetto delle normative per la tutela delle acque e l'abbandono sistematico di rifiuti.
Alberto Grossi, Sgarbi, in occasione della mostra “Canova e i maestri del marmo. La scuola carrarese dell’Ermitage”, ha dichiarato che se avessimo dovuto essere rigorosi nella salvaguardia della natura, oggi non avremmo le sculture di Michelangelo o Canova. Lei invece non la pensa così...
«Sgarbi è un generoso, non si sottrae alle domande anche quando toccano argomenti che poco conosce. È fatto risaputo che gli artisti andavano direttamente alle cave per scegliere i marmi. Per non smentire se stesso avrebbe dovuto affermare che senza la scultura non ci sarebbero state le cave di marmo di Carrara
. È l’artista che genera l’opera e valorizza la materia che adopera. Il marmo è un sasso, senza il soffio vitale dell’artista resta un inerte. Semmai Carrara dovrebbe ricordarsi della grande fortuna che gli artisti le hanno portato e riprendere la strada dell’arte per recuperare la sua identità, la sua storia e anche la sua economia. In una cava lavorano in media tre addetti, meno che in un bar. In un laboratorio di scultura lavorano in una decina di professionisti qualificati. Insomma, è una città che ha potenzialità enormi».
Quindi non bisogna accettare, come ha detto il critico d'arte, il fatto che ci siano condizioni in cui l’uomo per forza di cose entra in contrasto con la natura?
«Guardi bene la storia e vedrà che l’uomo non è mai stato in contrasto con la natura ma in rapporto ad essa. Rapporto vuol dire relazione, confronto, collegamento, comparazione, convivenza. È con l’industrializzazione che l’uomo si è evoluto e le cose sono via via cambiate fino ad arrivare a rompere quel vincolo. Con le macchine di oggi Davide è diventato Golia, uno strapotere che ha portato a scavare, in una trentina di anni, quanto in tutta la storia bimillenaria delle cave. È una devastazione di cui sembra si accorgano solo quei soliti rompiscatole degli ambientalisti. Se la gente non vede che i monti spariscono, come fa poi a capire che la bolletta di Gaia ha costi elevati? Cosa c’entra Gaia con le cave? Le spiego: l’acqua del nostro acquedotto è filtrata alla sorgente perché è inquinata dalla marmettola. La sorgente del Cartaro sarebbe limpida, ne disporremmo a piene mani se non ci fossero le cave a infangarla rendendola imbevibile, onerosa, ridotta quantitativamente».
Lei ha realizzato i due docu-film molto prima che si creasse il movimento “No Cave”, a seguito del dibattito sul piano paesaggistico. Crede che questo dibattito abbia contribuito a diffondere una coscienza ambientalista o sia stato controproducente?
«Il quadro è policromo. Grazie a Facebook sono state raccolte in un lampo quasi 90.000 firme per la difesa dei nostri monti. A Massa ci sono tanti gruppi, cito per tutti No al traforo della Tambura, che difende le Apuane, il loro patrimonio naturale superficiale e quello ipogeo dalle mire degli affaristi delle grandi opere. Anche a Carrara ci sono diversi gruppi, quello a me più caro è l’Assemblea Permanente che si è ribellata ad una certa politica subalterna e incapace di interpretare il suo ruolo. Ne potrei citare altri, sparsi tra Lunigiana, Garfagnana, Versilia. Insomma il dibattito sul piano paesaggistico ha raccolto tante voci sparse per formare un coro unito e affiatato. La forza sta nella diversificazione: ciascuno si focalizza su problemi particolari e mantiene una propria autonomia, però parlano la stessa lingua, si riconoscono in una matrice culturale comune al cui fondo c’è il senso del bene comune, l’amore per l’umanità, il valore della vita e ella salute, il rispetto delle regole della convivenza civile. È chiaro che tutto ciò collide con il malcostume, le cricche del malaffare, l’interesse privato invasivo e subdolo che usa parole di miele, come occupazione e sviluppo, per nascondere il proprio unico fine, che è quello di realizzare profitti ad ogni costo. Basta ricordare la serrata delle cave per sottolineare il concetto».
Non crede che con il piano paesaggistico il problema “cave” sia stato dirottato solo sul Parco, dimenticandosi di quello che succede a Carrara?
«Carrara si è fatta sentire, eccome! Certo, dal punto di vista mediatico, fa più effetto la ribellione dei lavoratori che temevano per il posto di lavoro. Ma anche qui c’è stata una confusione alimentata ad hoc. Il progetto originale del Piano prevedeva una progressiva chiusura delle cave situate dentro il Parco e già operanti fuori legge. Non era altro che un riposizionamento dovuto. Gli industriali sono soliti nella loro propaganda: come nel dibattito sul Pit, quando era uscito un loro comunicato sulla stampa con il volto del David sullo sfondo (ma perché non un ravaneto?), decantando la bellezza del paesaggio delle cave di marmo “senza le quali le Apuane sarebbero montagne come le altre”. A noi che vorremmo che le nostre montagne fossero proprio come le altre, cioè non martoriate, questo non era parso vero. Ma cosa c’entra il David con le cave, la creazione con la distruzione? Ogni anno passano dalle pese di Carrara 50.000 tonnellate di statuario, l’equivalente per scolpire 5.000 Mosè. Una enormità. E dove finiscono tutti quei blocchi se non finiscono ai laboratori, perché viene negato loro il materiale, se di statue se ne vedono poche? In secondo luogo: se lo statuario serve per l’arte, le 50.000 tonnellate escavate dovrebbero bastare e avanzare. Perché, allora, fare sparire più di 5 milioni di tonnellate di montagna? È del tutto evidente che abbiamo a che fare con dei bari. Igor Mitoraj dichiarò: “Quando vado a Carrara a cercare il marmo, anche se ordino duecento tonnellate, che a me non basterebbero tre vite per consumarlo, non mi guardano…”. Ecco disvelato da parole d’altri il vero rapporto tra arte e cave».
La magistratura ora sta indagando anche sugli illeciti ambientali...
«Non è la prima volta. Non possiamo che augurarci che riescano a ottenere risultati che, ad oggi, non sono stati raggiunti».
Cosa pensa degli atti vandalici contro due parchi avvenuti a Fornovolasco?
«La matrice è chiara. Non ci vuole molto per capire che il gesto ha la valenza intimidatoria, come denota infantilità il tentativo di far cadere la colpa su chi ama l’ambiente e le attività ad esso collegate».
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