Sicurezza
«La rinuncia ai ricorsi vale 60 milioni»
Secondo Assindustria è un risultato della concertazione del 2004 (poi interrotta): e allora pagavano anche i beni estimati
CARRARA. L'associazione degli industriali di Massa Carrara sostiene la bontà della concertazione passata, con l'amministrazione comunale -che si è interrotta però da tempo - che nel 2004 portò a una sorta di pace fra le parti, dopo l’abolizione della storica Tassa Marmi; fu un patto comprendente la rinuncia ai ricorsi, tariffe concordate. E, se quella pace non fu duratura, oggi Assindustria ricorda che allora, in virtù di quel patto, anche i beni estimati (cave o porzioni di esse, di proprietà privata in base all’editto del 1751) vennero sottoposti al regime concessorio e quindi al pagamento dei canoni. Cosa non più avvenuta dopo il 2011. Non solo, la rinuncia ai ricorsi dopo l'abolizione della "Tassa marmi", varrebbe, secondo stime di Assindustria, circa sessanta milioni di euro.
«L’Amministrazione Comunale _ dice Assindustria - sta riscrivendo, per la terza volta (1994-5, 2005), il Regolamento degli agri marmiferi sulla base delle novità inserite dalla legge regionale sulle cave e tutti ci auguriamo che il nuovo Regolamento sia chiaro, di facile applicazione e basato su criteri di giusta tassazione».
E parte l’analisi degli industriali: «Uno dei punti più criticati del regolamento vigente è l’art. 10 sexies che per fissare i contributi e gli oneri concessori, prevede la possibilità di stipulare accordi tra Comune e Associazioni di categoria. Questa modalità non è un escamotage studiato dal Comune di Carrara per aggirare norme o dagli imprenditori del marmo per trovare accordi più convenienti, ma è una possibilità prevista negli studi di finanza pubblica (i cosiddetti accordi cooperativi) e utilizzata in presenza di difficoltà oggettive nella definizione dell’esatto importo delle obbligazioni. L’accordo non è vantaggioso o penalizzante a priori, ma deve essere valutato caso per caso sulla base dei risultati raggiunti. Sugli accordi locali il giudizio è decisamente controverso».
Le critiche, per gli accordi sottoscritti nel 2004 e nel 2008/2009, si concentrano sulla tassazione dei blocchi «dove si sarebbero verificate perdite milionarie e ingenti danni erariali per le casse comunali, tanto da finire nel mirino della Procura della Repubblica»; e l'associazione industriali sostiene che questa lettura però «si focalizza soltanto su una parte dei risultati ottenuti da quella stagione contrattuale che oltre a trovare una rapida soluzione al vertiginoso vuoto normativo, sanciva la rinuncia delle aziende alla richiesta di restituzione della tassa marmi che, nel 2004, la Corte di Giustizia Europea aveva dichiarato illegittima. L’entità di questa rinuncia non è stata esattamente quantificata, ma verosimilmente oscilla tra 50 e 60 milioni di euro». E’ evidente che l’associazione industriali ritiene che questa ingente somma il Comune ha rischiato di doverla pagare alle imprese se avessero fatto i ricorsi per avere la restituzione della Tassa Marmi abolita.
«Il patto concertato del 2004 introdusse anche una tassazione per le scaglie pari al 40% del loro valore di mercato. In Toscana, _ dice Assindustria –_ per gli stessi prodotti (calcari) l’aliquota era ed è ferma al 10%. E facendo due conti, «l’accordo con il mondo delle cave ha assicurato al Comune maggiori introiti per alcune decine di milioni di euro». L'analisi affronta anche il tema dei beni estimati: «Nel 2012, il Comune - rinunciando allo strumento della concertazione con le Associazioni - ha fissato i valori dei materiali cava per cava e su questi ha applicato il contributo regionale (al quale, per gli agri marmiferi, va sommato l’onere concessorio). Gli accordi del 2004, invece, ai soli fini della tassazione equiparavano beni estimati e agri marmiferi anticipando in qualche modo quanto previsto nella nuova legge regionale. Di fatto gli accordi avevano precorso di una decina di anni quanto la Regione ha cercato di fare non bene nei mesi scorsi (vedi impugnazione del Governo)».
E ancora: "tra il 2004 e il 2011, periodo di vigenza degli accordi, il Comune ha chiesto complessivamente al settore marmo contributi e oneri per circa 115 milioni di euro di cui più di 10 milioni ascrivibili all’accordo (niente affatto scontato) che equiparava la tassazione dei beni estimati".
L'associazione ammette che si sarebbe potuto fare meglio.
«Nel complesso, però, sommando la rinuncia alla restituzione della tassa marmi, le elevate aliquote sulle scaglie e gli oneri concessori pagati anche dai beni estimati, la stagione concertativa tra Comune e Associazioni di Categoria ha chiuso con un saldo ampiamente positivo. La concertazione è uno strumento per comporre in una cornice semplice problemi e interessi complessi; sotto questo aspetto, considerando il particolare periodo di vigenza, gli accordi hanno funzionato ed hanno assicurato un gettito complessivo analogo a quello che si sarebbe ottenuto applicando i criteri adottati dal 2012».
Ecco un altro sasso gettato nello stagno dal mondo degli imprenditori del marmo.
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