Gioco
L’officina dei Tir rubati Indagata una famiglia
Padre, figlio e nuora ripulivano gli automezzi portati via ai camionisti stranieri Con una serie di punzoni modificavano la matricola. Ma hanno fatto un errore
MASSA. I quattro semirimorchi erano dentro il capannone adiacente alla loro abitazione; in una scatolina c’erano i punzoni per ribattere i numeri di telaio e trasformare l’identità di quei mezzi rubati a dei camionisti olandesi; le targhe delle ditte che completavano il camuffamento, invece, si trovavano in una sorta di deposito dove c’erano anche quattro pancali di accumulatori. Un’officina fantasma che lavorava a pieno ritmo grazie al padre, al figlio e alla compagna di quest’ultimo per ripulire semoventi soffiati ai proprietari in Italia e ricercati dalle forze dell’ordine di mezza Europa. La famigliola è stata denunciata a piede libero, anche perché aveva stoccato del materiale tossico (batterie esauste) senza alcuna autorizzazione. E con loro nei guai è finita anche una quarta persona: un sessantenne, trovato alla guida di uno dei Tir rubati.
Il camionista lo stava parcheggiando nel piazzale dell’officina, lontano da occhi indiscreti credeva. Dove c’erano già altri tre rimorchi. Rubati. Importante il giro di affari della attività inventata dal padre, un cinquantaquattrenne massese con diversi precedenti, ma portata avanti dal figlio, 34 anni. La donna invece faceva da prestanome, intestandosi la ditta di autotrasporto - che in realtà non c’era - che dava lavoro al marito e al suocero. Un trucchetto semplice, ma ben ideato. Grazie soprattutto al capofamiglia, detto “bomba a mano”, che ci sapeva fare con quei punzoni. Tanto che più volte i mezzi che aveva taroccato avevano passato diversi controlli. Ha commesso un errore, però. Forse per troppa sicurezza. In uno di questi controlli, avvenuto a Massa, vicino a casa, erano emersi dei problemi amministrativi. Ed era stato invitato a portare la documentazione in un posto di polizia. L’uomo aveva scelto la stradale massese, non sapendo che sarebbe partita una verifica a campione da lì a poco. Era ottobre scorso: gli agenti scoprono un’incongruenza tra matricola e targa e quindi si mettono alle costole di quell’autotrasportatore; seguono i suoi movimenti, lo pedinano e raccolgono prove su prove. Fino all’altra sera quando decidono di entrare in azione e mettere fine a quel commercio con un blitz in grande stile: il comandante della stradale Serafina Di Vuolo ha impegnato tutto il reparto. Sei pattuglie, dodici uomini, coadiuvati dai vigili urbani e dai pompieri che avevano il compito di illuminare il sito dove erano stati nascosti i semirimorchi e il materiale che serviva per le piccole riparazioni e soprattutto per pulire i libretti di circolazione dopo il furto.
Ai poliziotti è bastato frugare in quell’area per trovare tantissimi strumenti di lavoro che servivano alla banda. Così sono stati rinvenuti e sequestrati i punzoni, di varie dimensioni, riproducenti sigle alfanumeriche, che venivano utilizzati dal capo per riprodurre alla perfezione nuovi numeri di telaio sui veicoli soffiati sotto il naso ai proprietari. Un falso che l’uomo faceva davvero bene, dato che parte dei veicoli riciclati erano stati già controllati, su strada e in varie occasioni, dalle forze di polizia, senza che gli agenti si accorgessero della loro provenienza dubbia. Nel piazzale infine sono stati trovati numerosi assali per rimorchio, ma nessuno degli indagati ha saputo fornire una spiegazione plausibile per la loro presenza. L’inchiesta è soltanto all’inizio, secondo gli inquirenti.
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