Il Tirreno

«Cave, un errore mettere all’asta le concessioni»

Assindustria: è interesse della comunità affidarle a chi ha già dimostrato di lavorarle nel rispetto delle norme

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CARRARA. Le aste per le cave? Assindustria pensa che per avitare salti nel buio, sarebbe opportuno lasciare le cave a chi, lavorandole, «ha dimostrato di gestirle nel rispetto delle norme». E mette in guardia dalla possibilità di rimescolamenti gestionali.

«Smorzate le reazioni a caldo, inizia ad apparire più chiaro l'impatto della nuova legge regionale sulle cave. – dice l’associazione industriali – Le opinioni divergono ma c'è abbastanza consenso sulle difficoltà ad applicare una serie di disposizioni. Molte associazioni, tra queste Legambiente, ritengono che la legge non sia efficace nel disciplinare le aste ai fini della massimizzazione dei contributi per le amministrazioni comunali. Viste in questa particolare prospettiva, le aste sono asservite principalmente ad assegnare la concessione all'imprenditore disposto a pagare di più. Le persone di buon senso verosimilmente preferirebbero affidare la concessione delle cave ad un imprenditore locale che ci mette la faccia con un progetto "slow", certificazione ambientale e orizzonti di coltivazione di medio termine piuttosto che a un imprenditore che ha il centro di interessi lontano dal posto ed è disposto a pagare canoni maggiori sulla base di un sistema di coltivazione "fast" grazie, per esempio, ad una leva finanziaria più lunga».

Assindustria sottolinea inoltre che «Legambiente, ritiene che la concessione di un lasso di tempo di 25 anni (ma in realtà gli anni potrebbero essere solo 7) sia un regalo agli attuali gestori senza considerare, per esempio, che un orizzonte temporale breve (questo vale per le cave come per tutte le concessioni di beni pubblici) notoriamente deprime gli investimenti, come sta già avvenendo a causa della legge regionale sulle cave, e che ogni rinnovo mette inevitabilmente a repentaglio la stabilità dei posti di lavoro».

La nostra comunità secondo l’associazione industriali, dovrebbe «mettere da parte battaglie ideologiche per interrogarsi senza pregiudizi sulle aste, chiedendosi quali sono i vantaggi e gli svantaggi della riallocazione delle concessioni. Le aste si fanno per varie ragioni; prima di tutto perché lo prevedono le norme comunitarie anche se in fatto di applicazione nei vari paesi europei siamo di fronte a modalità temperate in base a ragioni specifiche le più diverse; in secondo luogo per massimizzare il rendimento dei beni; un'altra ragione consiste nell'offrire a tutti i cittadini (di tutta Europa) la possibilità di svolgere attività imprenditoriali. Di queste tre, solo la seconda apporta vantaggi alla comunità locale anche se sappiamo che non è del tutto razionale selezionare i progetti sulla base del solo canone. Nell'interesse generale, la gerarchia delle procedure amministrative dovrebbe essere un'altra: l'attività della amministrazione dovrebbe concentrarsi nella regolazione delle attività estrattive in termini di standard ambientali, sociali, sicurezza, fiscalità e filiera. Se il quadro normativo regolamentare è ben fatto, è verosimile che sia interesse della comunità che le cave siano affidate a chi ha già dimostrato di gestirle nel rispetto delle norme. I benefici del rimescolamento continuo degli assetti gestionali del settore per massimizzare i canoni, infatti, potrebbero rivelarsi di gran lunga inferiori ai costi».

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